I vostri racconti, Tutti

La castellana

Autrice: Delia Cacciapuoti

C’era una volta una nobile donna che viveva in un castello. Lei (esiste ancora). Per la castellana la vita significava studio, cura dell’ambiente e apertura al mondo. La conoscenza di persone illustri, studiosi della cultura, della musica, dell’arte era finalizzata alla felicità dei suoi sudditi. Seguiva i giovani (per lei erano il futuro), augurava loro l’amore per lo studio, la cura per la natura, per la terra e il rispetto per il prossimo. Essere la signora di un castello, per lei significava avere a cuore la prosperità di tutto il suo popolo come pure l’organizzazione sociale ed economica della sua contea; creava gruppi di studio, di giochi, di ballo e di teatro. Era una donna moderna, una donna senza tempo. La Castellana trascorreva le sue giornate con le mamme e i loro bimbi; i giochi e le risate gioiose si udivano nei fantastici giardini, nei prati e nelle valli. Era amata dai suoi sudditi, si interessava a loro come una grande Madre. Al castello dopo aver allestito i grandi spazi per creare attività di teatro, di musica e di balli, arrivarono gli attori, i circensi, i giocolieri e i maestri delle danze. Il teatro avrebbe interessato un pubblico più colto; gli amanti del teatro trascorrevano le serate in poltrone e divanetti in tessuto damascato e su poltroncine in velluto rosso, in una grande sala dove era stato allestito un palco per la recita. Le ore trascorrevano gioiose e felici, le persone si divertivano ascoltando le voci profonde dei recitanti. Poi, nella notte, dame e cavalieri si trasformavano con vestiti eleganti, lustrini e parrucche, allacciati in grandi balli, si sorridevano complici, in attesa di un vibrante abbraccio notturno. Il circo con i giocolieri, con i suoi clown si impegnava a far ridere e piangere, grandi e piccini. E che dire dei trapezisti?, con bravura e coraggio davano spettacolo divertendo tutti. Sembrava che la castellana non avesse dimenticato nulla per allietare il tempo al castello. Non si contavano i banchetti con cibi prelibati, carni, frutti, ortaggi e vini migliori, che arrivavano da terre lontane. La sua era una solitudine appagata ed estasiata da tanta bellezza. Era consapevole del suo potere, della sua fortuna nell’avere tutto questo. Nella sua camera, la più bella del castello, c’era una gatta grigia, sdraiata su una poltrona imbottita di piume, il portamento fiero ed elegante. Gli occhi verdi seguivano i movimenti della castellana, si sentivano le sue fusa felici. Lei amava molto la felina, erano insieme da anni. Portava con sé la gatta durante i suoi viaggi, viaggi che arrivavano sul più alto torrione del castello, da lì ammiravano una miriade di stelle, le più luminose illuminavano i suoi occhi azzurri e i verdi occhi della gatta, anche lei estasiata dal cielo e dall’immenso universo. In certe notti la signora del castello, osservando il cielo, intravvedeva figure che sembravano disegnate da un pittore, lo spettacolo celeste regalava alla castellana la gioia di esserci, di esistere. Lei, una donna sola, aveva deciso di essere libera, per dedicarsi al suo popolo.Anche se viveva in un’altra epoca, lei (esiste ancora). Ha le stesse idee di ieri. Ieri, la castellana desiderava vedere uscire dai buchi delle torri, dalle cantine, dalle fogne, dai granai, dalle cucine, tutti i topolini che abitavano da secoli nel castello, perché fossero liberi, liberi di correre sul terreno, nei granai, sugli argini dei fiumi, fare incontri strani con gatti, nemici da sempre e scoprire di poter convivere come fratelli, come amici. Oggi, lei (esiste ancora), la castellana sogna di vedere finalmente uscire, dalle case, dalle soffitte, dalle cucine, dalle ragnatele, dai muri, dai tubi, dagli obblighi, tante tantissime formichine perché siano libere. Libere di andare in terre sconosciute, milioni di formiche in fila indiana, sostare vicino alle acque di un fiume e sui sassi lucidi e farsi accarezzare dal sole, andare nei boschi e dormire beatamente nascoste fra le foglie e, al risveglio, mangiare tranquille, senza essere calpestate da piedi maldestri. Quella donna, (esiste ancora), ha i suoi pensieri rivolti al futuro incerto che verrà, pensa a tutte le donne di ieri, con i lunghi vestiti colorati, i capelli legati da foulards, a donne con i bimbi in braccio, con sciarpe sgargianti al collo e al loro coraggio, le loro canzoni, le voci emozionate ma decise, uscire nelle strade e unirsi a uomini, donne, giovani, bambini, anziani, affermando l’importanza dell’esserci. Domani, ma già hanno iniziato, le donne usciranno dalle case, dalle cucine, dai salotti, dalle camere, libere da obblighi, libere di esistere.  Con i loro pantaloncini, con i loro vestitini alle ginocchia, con i capelli al vento, con i figli, con i loro uomini le loro amiche, le loro compagne. Andare nelle strade, per confermare e affermare la loro presenza, il coraggio e la libertà.

Il mondo pare non cambiare, la castellana, lei (esiste ancora) ci crede, cambierà!

SE

     NON

              ORA

                                QUANDO?

                                                     

                                                       ADESSO!

 

Tratto dal libro Viaggio in treno con la gatta

 

Note biografiche

Delia Cacciapuoti, milanese di nascita, nel 2013 si stabilisce ad Acqui Terme dove scrive “Viaggio in treno con la gatta”, racconto autobiografico con il quale nel 2016 a Santa Margherita Ligure, partecipa al Premio letterario Internazionale “Franco Delfino” e vince il Premio speciale per la sezione “Gatti, cani & co”. Nel 2018 pubblica il libro Storia di Procida (per gatti e umani). 

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