I vostri racconti, Tutti

Dodici

Autore: Andrea Bignone 

Non so se il momento peggiore sia salire quella maledetta scaletta che porta al campo o quando, a fine partita, la ridiscendo; forse sarebbe meglio non percorrerla affatto, ma ogni domenica è la stessa storia e così, mentre i miei coetanei vanno ad infrattarsi con la morosa alla ricerca della prima volta, io imperterrito ed incosciente, vengo ancora qua, come se nulla fosse.
Se ci penso bene, la ricordo eccome la mia prima volta; era una domenica come tante ed il volto sorridente di mio padre mi fece capire come qualche cosa di speciale stesse per avvenire. Mia madre, agitata e preoccupata come non mai da quell’evento a lei completamente sconosciuto, mi aveva preparato un panino esageratamente colmo di ogni bontà in modo da mantenermi in vita lungo il percorso e una sciarpa con i colori della mia squadra del cuore pronta ed ordinatamente piegata accanto al mio cappottino. Ovviamente non ricordo nulla del tragitto che mi separava dallo stadio; ero troppo preso ad immaginare come potesse avvenire il passaggio tra le figurine del mio album dei calciatori ed un gioco vero fatto di giocatori in movimento e fu così, perso nel ricordo e stordito dal profumo plasticoso di un pacchetto di figurine appena aperto ci trovammo innanzi allo stadio; come in un castello varcammo uno dei tanti ponti levatoi presidiati da guardie. Il rumore, le bandiere, i colori delle squadre e quel meraviglioso improvviso bagliore di un verde accecante mi prese con sé. Il mio viso rimase attonito per parecchi minuti e le manine non si staccarono più dal quel plexiglas trasparente che circondava quel prato infinito, ultimo baluardo all’impedirmi di correrci dentro e perdermi completamente dentro la meraviglia della mia prima volta.

Gli anni passano in fretta e sono sempre il primo ad arrivare a quel maledetto campo, con la differenza che ora, quel vetro l’ho superato.
La mattina della domenica è frizzante e carica di tensione. Molti dei miei compagni non dormono per l’agitazione, ma io, non ho mai perso un sonno. Ci si prepara a quell’evento per tutta la settimana; è come andare in ufficio ogni santo giorno, una sporca routine, ma poi, anziché santificare le feste glorifichiamo il campo, antica arena pagana di un divertimento rosso sangue.
Nello stanzone dello spogliatoio due panche vuote si guardano ed attendono gli eroi di quel giorno. Poi, quegli uomini di cartapesta entrano per la vestizione e tutto si trasforma in un rito; le borse sono messe in ordine, diligentemente separate, le magliette ben piegate. In quel momento ognuno è perso nelle proprie debolezze umane, di cabale antiche perché solo lì, diventano certezze. C’è chi si infila prima il calzettone sinistro e poi quello destro altrimenti porta male; Giulio usa sempre mettere una maglietta sotto quella della squadra con scritto il numero del suo prossimo gol, in attesa di una gioia che non arriva mai. Carletto è un immigrato ghanese e lucida sempre le sue scarpe, le sue prime scarpe. Filippo è un ateo convinto, cosi convinto che mette sempre una immagine della madonna nello scarpino, contro gli infortuni. Poi ci sono i miei guanti, puliti come sempre, ai quali non servono superstizioni.
L’allenatore arriva sempre per ultimo, insaccato nei colori della tuta sociale, lucido in testa, e con un toscano fumante fra le dita così puzzolente da appestare l’aria; non dice nulla, mai nulla e forse è meglio così. L’arbitro ci conta e ci chiama uno per uno come dei condannati a morte e si pensa a quella scaletta infame, ancora una volta, come ogni domenica pronti a darsi in pasto a quei venti spettatori infreddoliti ostinati a seguire una squadra che quest’anno ha gia preso trentacinque gol e siamo ancora nel girone di andata.
Io mi siedo sempre nel solito posto della panchina; potrei anche personalizzare quell’angolo infame, magari con qualche foto appesa ai fianchi della struttura. Poi via, si inizia, soliti movimenti, solite imprecazioni, solite cento sigarette più un toscano; l’allenatore, mentre fuma senza tregua, telefona, anche se non si potrebbe, e si comporta come fosse al bar curandosi dei propri affari, mentre in campo si rappresenta la tragedia. Accanto a me ci sono altri miei compagni e prima o poi entreranno, ma io come faccio a varcare quella linea bianca e camminare su quel campo marrone e spelacchiato; sono un numero dodici.
Carlone, il nostro portiere, è cugino del Presidente e nonostante le migliaia di gol incassati nulla lo scuote. Grassottello e distratto si liscia il ciuffo e si specchia nelle pozzanghere per vedere se la divisa nuova fiammante, gli dona. Anche i nostri tifosi ormai l’hanno presa con filosofia e scommettono su quante reti la squadra potrebbe subire; il record negativo è ormai quasi battuto, mancano tre gol ed era fatta.
Il copione è rappresentato con la stanca e la noia della centesima replica, ma l’imprevedibile si sa è sempre dietro l’angolo. Dalle venti persone dietro la panchina si alza un grido irriguardoso verso il Presidente della nostra società, una parola che di solito si indirizza all’arbitro e non ad un brav’uomo come il nostro emerito Presidente. La cosa più grave però è sentire la pronuncia del nome del cornificatore echeggiare per tutta la lunghezza della panchina. I due panchinari accanto a me non si accorgono di nulla, ma l’allenatore improvvisamente si fece bianco in volto e silenzioso. Solo il fischio dell’arbitro sul finire del primo tempo lo salva dall’imbarazzo.
Come d’abitudine non scendo nemmeno negli spogliatoi con i miei compagni, ma poco prima della ripresa della partita noto l’allenatore in seconda comparire sul campo. Una novità assoluta, dato che è l’unico a capire qualche cosa di calcio. Sto quasi per ricadere nel mio solito torpore domenicale, quando una voce rimbomba alle mie orecchie:
«Preparati, ora alleno io.»
Nessun muscolo si muove, stupito, con lo sguardo in volto di chi ha appena visto un unicorno pascolare sul campo di gioco. Improvvisamente tutta la tensione evitata nei due anni precedenti mi cala addosso come una mannaia. Guardo davanti a me quella riga bianca dove un altro mondo, improvvisamente mi chiama, mi ingloba e mi spaventa come un oceano sconfinato.
Non così! mi dico sottovoce, ci vuole tempo per essere pronti. Voglio scappare, far finta di nulla, fingere di inciampare e farmi male, nascondere il pallone, tutto per sfuggire all’inevitabile.
Alla fine, fatta pace con me stesso, mi alzo, guardo ancora per un attimo quell’angolo sicuro della panchina e lo saluto come un vecchio amico. Il presente era già passato ed il futuro era già presente. Sono pronto! Varco sicuro quella riga bianca e come Neil Armstrong sulla Luna, poso sicuro il piede su quel terreno sconosciuto. Con i guanti tenuti stretti sotto il braccio, corro veloce verso il nuovo castello da difendere, la porta della mia squadra.

Alla fine della stagione, la società non è riuscita a battere il record negativo perché da quel giorno non ha subito più gol. Ogni domenica, varco ancora quella riga bianca di tanti campi di calcio, e percepisco nei miei occhi lo stupore di un bambino nel vedere quel prato verde della sua prima volta.

 

Note biografiche

Andrea Bignone: Grafico – Paper Engineering – Model Design – Plastici architettonici ed archeologici – Specializzazione in giochi scientifici – Allestimenti Mostre
Nato a Genova nel 1965, dopo gli studi in Architettura ha iniziato la sua attività nella produzione di plastici architettonici ed archeologici. Si è sempre occupato di grafica. Oggi realizza anche pop-up e progetta libri per bambini. Da Febbraio 2015 a Giugno 2017 è stato Presidente della sezione genovese di Italia Nostra

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