I racconti di Marinella, Tutti

Il liutaio

Andrea suonava sin da quando era bambino. La musica sembrava non avere segreti per lui e probabilmente le affidava pensieri ed emozioni che altrimenti sarebbero rimasti inespressi. Le parole si trasformavano in note, aspre e dure oppure lievi e intense che volteggiavano nell’aria accarezzando le orecchie degli ascoltatori e procurando loro brividi a fior di pelle. Sembrava tutto perfetto, eppure Andrea sentiva che non lo era. Lei, la nota perfetta, continuava a sfuggirgli. Per questo motivo diventò liutaio. Con il passare del tempo arrivarono fama e ricchezza. Le sue chitarre erano richieste dai più grandi musicisti del mondo e tutte le ritenevano divine. Tutti, ma non Andrea. Quando si accorgeva che nessuna di loro era in grado di riprodurre la nota perfetta, le cedeva ad altri deluso, ma senza alcun rimpianto. Continuava a costruire chitarre e a suonarle senza posa certo che prima o poi sarebbe riuscito nel suo intento.
Era essenziale trovare il legno adatto in grado di evocare carezze e odori riportando la musica a ciò che era: esperienza sensoriale e spirituale allo stesso tempo.
Andrea prediligeva il palissandro o il candido acero, affidando al calore dell’ebano le note più passionali e all’abete la tavola armonica con la sua scala di melodie. La tecnica utilizzata gli avrebbe permesso di lavorare senza pause, ripetendo gesti antichi e inventandone di nuovi.
A lavoro ultimato, Andrea solleticava le corde della chitarra sperando sempre che fosse la volta buona.
Elisa non capiva quell’ossessione. Aveva imparato ad amarlo ascoltando John Mayall e nei lunghi pomeriggi dedicati all’amore l’istante magico portava con sé un blues mai suonato prima di allora. Elisa non capiva, ma accettava tutto restando complice e testimone di quella ricerca solitaria. Lo guardava lavorare per ore, fumando marijuana e guardando il cielo terso fuori dalla finestra. Poi preparava la cena e versava vino rosso. Andrea le sorrideva e ogni volta diceva: “La prossima volta sarà quella giusta.” Lei annuiva e ricambiava il sorriso, a volte celando al musicista ombre che non avrebbe potuto comprendere. Se Andrea avesse trovato la nota giusta si sarebbe finalmente accorto della sua presenza, sarebbero andati al mare, avrebbero passeggiato sulla spiaggia tenendosi per mano e mangiato pesce spada serviti da un cameriere con la camicia bianca, accarezzati dalla brezza estiva. Andrea avrebbe ascoltato altri musicisti e sottovoce li avrebbe criticati o apprezzati. Quando Elisa esplicitava tale desiderio ad Andrea, l’uomo sorrideva e le sfiorava le labbra con un tenero bacio che sapeva di amore e gratitudine. Ma tutto questo sembrava non dovesse accadere mai e la vita passava nella solitudine della casa sul lago.
Un giorno Elisa trovò Andrea in lacrime. “Cosa succede?” gli chiese. “Perché piangi?”.
“Sono stanco” rispose Andrea, “le mani mi fanno male, la vista è ormai calata. Temo di invecchiare e di non trovare ciò che cerco da una vita intera”. E così dicendo si prese la testa tra le mani e iniziò a singhiozzare senza più alcun freno, senza più alcun ritegno. Elisa gli accarezzò i radi capelli cullandolo come si fa con i bambini e aiutandolo a scivolare nel sonno che avrebbe alleviato la sofferenza. Quando il respiro si fece pesante, Elisa si alzò e si diresse verso la propria stanza, aprì il cassetto dell’armadio e ne estrasse uno scrigno di legno chiaro. Si portò le mani al collo e liberò la chiave che portava a mo’ di ciondolo da tempo immemorabile. Un clack accompagnò il giro di chiave nel lucchetto e il contenuto dello scrigno fu davanti ai suoi occhi. Plettri di ogni foggia e colore erano ordinatamente riposti ognuno nella propria scatolina e su un’etichetta era scritto il nome di ciascun proprietario e il luogo di provenienza. Alcuni erano molto vecchi, altri risalivano a un’epoca recente. Elisa li accarezzò fino a soffermare le lunghe dita su uno in particolare. Prese la scatoletta e controllò l’etichetta dove era scritto un nome: Andrea. La donna sospirò. Erano passati molti anni da quando gli aveva sottratto la possibilità di trovare la sua nota perfetta. Ad Andrea e tanti altri prima di lui e altrettanto avevano fatto la madre, la nonna e le antenate sin dalla notte dei tempi. Non erano malvagie, no. Le figlie della luce così facendo donavano ai loro amanti e adoratori la possibilità di consacrare la propria vita alla più potente delle Dee: la musica. Solo i più grandi e i puri di cuore avrebbero perseverato nella ricerca; molti altri si sarebbero arresi accontentandosi del successo decretato dalle hit parade. Ad Andrea non restava più tanto tempo ed Elisa lo sapeva. Rigirò tra le dita il piccolo plettro e lo posò accanto all’ultima chitarra realizzata dal liutaio musicista. Al suo risveglio, Andrea avrebbe suonato la sua nota perfetta prima di scivolare, quella notte stessa, nell’oblio del sonno eterno.

©Marinella Brizza

 

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