I vostri racconti, Tutti

Dentro la notte

Autrice: Miriam Alloisio

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Selene guardò fuori dalla portafinestra. Quante volte aveva ripetuto quel gesto? Si avvicinò ai vetri, scostò la tendina e ammirò il paesaggio. L’appartamento dove aveva abitato per tutta la sua infanzia era sito all’ultimo piano e la palazzina che lo ospitava era stata costruita in cima a una collina, così che l’impressione generata era quella di librarsi in alto come un uccello. Fissò senza vederlo il panorama così familiare. Grandi nuvoloni grigi di inizio autunno incombevano sulla ripida collina antistante, ferita a metà dalla striscia argentea dell’autostrada che portava a Genova, a destra la piccola cittadina di Ovada era racchiusa come in uno scrigno dalle propaggini dell’appennino ligure, al centro svettavano orgogliose le torri campanarie della cattedrale barocca. Quel giorno però c’era qualcosa di diverso che non si trovava nel paesaggio, ma in lei. Quel giorno se ne sarebbe andata e vedeva tutto col distacco di chi dice addio a quello che da sempre conosce perché sa che non tornerà. Fece un passo indietro allontanandosi dal vetro e il suo piede urtò uno dei tanti giocattoli che suo fratello di quattro anni spargeva per la casa. Stizzita diede un calcio al pupazzo e con una rapida occhiata circolare guardò per l’ultima volta la stanza, la sua stanza. Tutto quello che le importava davvero l’aveva stipato nel borsone ed era poca cosa: un paio dei suoi romanzi preferiti di Anna Todd, jeans, magliette, una felpa, il beauty-case, biancheria intima, un pigiama. Si avvicinò al vecchio armadio a specchio intero e si rimirò con aria critica. A febbraio aveva compiuto diciannove anni , ma ne dimostrava quindici. Aveva una corporatura esile, ma armonica, grandi occhi chiari venati di tristezza, lunghi capelli argentei e una pelle di alabastro. Era albina e avrebbe voluto non esserlo. Come sempre pensò: Prima o poi mi tingo i capelli di un banale castano, si chinò, raccolse da terra il borsone, si diresse verso la porta d’ingresso, la aprì e varcò l’uscio senza voltarsi indietro. Un’ora dopo scese dal treno che aveva preso e sul marciapiede della stazione la sua amica Beatrice già si sbracciava per richiamare la sua attenzione. Si corsero incontro, felici come sempre di vedersi. «Finalmente sei arrivata!» esclamò eccitata Bea. «Vedrai, ti troverai bene a casa mia.» Naturalmente Selene era già stata a casa dell’amica, conosciuta sui banchi di scuola al liceo , ma stavolta era diverso. Selene aveva trovato lavoro come cameriera nel locale più alla moda di Acqui, Il Sarto, e Beatrice le aveva offerto una stanza a casa sua dove vivere, col beneplacito dei suoi genitori. Selene aveva accettato al volo la proposta. Sua madre Rita e suo padre erano divorziati, la madre si era risposata con un uomo odioso a cui presto aveva dato un figlio e la ragazza era diventata improvvisamente di troppo nel nuovo nucleo familiare. Certo, nessuno glielo aveva detto in faccia, ma i loro comportamenti erano più rivelatori di mille parole. Piccole cose che tuttavia avevano il potere di ferire come spade. Quando entrava in cucina dove erano riuniti la madre, il patrigno e il fratellastro si sentiva come un trasparente fantasma. Lei parlava e nessuno l’ascoltava, si chiudeva in camera per ore e nessuno la andava a cercare anche solo per dirle che la cena era pronta, prima venivano le esigenze del piccolo e solo se avanzavano i soldi dopo aver pagato il mutuo e le bollette lei riceveva una misera paghetta. A Selene sarebbe piaciuto moltissimo proseguire gli studi iscrivendosi all’università, ma le era stato risposto seccamente di trovarsi un lavoro. E così aveva fatto. Un lavoro fuori Ovada e la promessa a se stessa di non tornare in quella casa dove era a malapena tollerata. Non dopo aver ascoltato senza volerlo una chiacchierata telefonica tra la madre Rita e una sua amica.
«Ti giuro, non so più cosa fare con quella ragazza!» Aveva esclamato sua madre col tono stridulo che le usciva quando era contrariata per qualcosa. «Lei è mia figlia, sangue del mio sangue, ma non riesco a comprenderla. Da quando è nata ho lavorato dal mattino alla sera, chiusa dentro il salone da parrucchiera, sempre con le mani nell’acqua, la pelle martoriata dai prodotti chimici, ho sopportato i continui tradimenti di suo padre per non toglierle il riferimento della figura paterna, cercavo di risparmiare per non farle mancare nulla quando quel disgraziato di suo padre se ne è andato di casa dopo aver ripulito il conto in banca. E lei cosa fa? Ha deciso di accettare un lavoro ad Acqui e di vivere là. Se ne va di casa proprio come suo padre senza pensare che io ho bisogno di lei per accudire il piccolo quando sono al lavoro. È un’egoista, ecco cos’è!» A quel punto c’era stata una pausa e Selene si era chiesta chi ci fosse in linea. Forse Marta, la vamp sessantenne che ogni venerdì si faceva fare la tinta di un vistoso e improbabile colore rosso sangue da sua madre e che odiava tutte le ragazze giovani. «Pensa», continuò Rita, «che nel nostro ultimo litigio mi ha rinfacciato di non essere mai stata presente nella sua vita. Per forza, dovevo lavorare per mantenerla! Mi ha accusato di essermi risposata. Secondo lei dovevo vivere in castità? Mi ha rimproverato perfino di aver fatto un altro figlio e di amarlo più di lei. Questa è una menzogna bella e buona! La verità è che Selene si crede al centro dell’universo e che tutti le debbano un’attenzione particolare solo perché ha avuto la sfortuna di nascere albina.»
Selene, sottobraccio all’amica che la scortava fuori dalla stazione ferroviaria, cercò di soffocare il dolore acuto del ricordo, di come sua madre avesse stravolto la realtà dei fatti e di come l’avesse lasciata andare via senza neppure salutarla, con la scusa dell’impegno del lavoro. Selene ricacciò indietro le lacrime mentre saliva sulla vettura di Marco, il fidanzato di Beatrice. «Ciao Sè!» La salutò lui girando la testa castano chiaro dalla caratteristica pettinatura rasta. Un attimo dopo erano sulla strada che portava alla villetta familiare alla periferia di Acqui dove abitava Beatrice con la sua famiglia. I genitori di lei accolsero Selene con calore e la ragazza si sentì sollevata, ma ancora più triste. Perché Rita non la guardava mai con quella disponibilità e perché non era con lei in quel momento? Cenarono tutti insieme poi Beatrice e Marco uscirono, il padre dell’amica si ritirò nel suo studio per rifinire l’arringa da pronunciare il giorno dopo in tribunale e Selene si diresse verso quella che era la sua nuova stanza. I colori delle pareti, del copriletto e dei cuscini spaziavano dal verde acqua al viola, mentre i mobili in stile neo-coloniale erano di tek chiaro. Stava sistemando le sue poche cose quando venne raggiunta da Elena, la mamma di Beatrice la quale la fece sedere sul letto accanto a lei. Era una bella donna di cinquant’anni, leggermente sovrappeso, sempre ben truccata e ben vestita. La guardò negli occhi sorridendo dolcemente, le prese una mano e la tenne stretta tra le sue. «Selene», disse, «tu sarai sempre la benvenuta in questa casa. Noi tutti, io, mio marito e Beatrice, abbiamo un debito inestinguibile nei tuoi confronti e tu lo sai.» La ragazza annuì mentre il ricordo la investiva. Era successo due anni prima. Aveva fatto un sogno terribile che l’aveva spinta a telefonare a Beatrice in piena notte. Sulle prime la sua amica non le aveva risposto e Selene aveva fissato l’immagine di lei sul display dello schermo dello smartphone che la ritraeva all’ultimo compleanno festeggiato in pizzeria, la torta in primo piano e una corona di palloncini colorati appesi al soffitto, pregando che ascoltasse le sue parole, che credesse in lei. Finalmente una voce assonnata e venata di ruvidezza esclamò: «Sono le cinque del mattino! Hai confuso l’alba con il crepuscolo o che altro?» «Ascoltami con attenzione Bea!» esclamò concitata Selene. «Tu e Marco non dovete assolutamente partire per Monaco! Poco fa vi ho sognati. Eravate sdraiati a faccia in giù sull’asfalto, sembrava che dormivate, io mi avvicinavo, ti scuotevo, ma tu non reagivi, allora ti ho voltato e il tuo volto era un ghigno di sangue e carne martoriata. Ho gridato e mi sono svegliata in un lago di freddo sudore. L’ultima volta che ho sognato così il giorno dopo mio padre ha abbandonato me e mia madre. Promettimi che tra qualche ora dirai a Marco che non stai bene e che non puoi partire!» Calò un lungo silenzio dall’altra parte poi Bea, con voce incerta, provò a minimizzare. «Dai Sè, è stato solo un incubo! Non mi capiterà nulla. Te lo prometto.»
«Non promettere cose che non puoi mantenere», rincalzò l’altra. «Io sento, so con certezza, che se tu tra poche ore salirai sulla vettura di Marco né io né nessun altro ti rivedremo da viva.» Selene iniziò a piangere disperata. Come le raccontò successivamente, Beatrice sentì una morsa di apprensione attanagliarle il cuore e spezzarle il respiro. Deglutì più volte prima di ritrovare la voce e dire contro la sua volontà razionale: «Dai Sè, piantala di frignare come una bambina. Ora mando un messaggio a Marco che mi è venuta la febbre così tu e io torniamo a dormire. Va bene? E Sè: la prossima volta, per favore, sogna qualcun altro!»
Il mattino seguente i telegiornali riferirono di un maxi tamponamento mortale sull’autostrada in direzione della Francia. Se Bea e Marco fossero partiti sicuramente sarebbero stati coinvolti.

È un ottobre bellissimo! Pensava Selene mentre sfrecciava a velocità sostenuta sul vespino rosa di Bea verso Il Sarto, pronta a iniziare una nuova giornata lavorativa. La luce del giorno possedeva una languida dolcezza, gli alberi erano incendiati dai caldi colori autunnali, un trionfo di oro, rosso e marrone, l’aria sulla pelle era fresca e il suo profumo suscitava una sottile tristezza che in Selene, tuttavia, coesisteva con un sentimento di euforia. Tra poco avrebbe visto Lui. Parcheggiò la vespa nella piazzetta della rocca, accanto alla piccola fontana in pietra che zampillava acqua da alcuni putti erosi dal tempo, imboccò la zona pedonale di Corso Italia, fece pochi metri ed era già davanti all’entrata del locale che fino a poco tempo prima aveva ospitato un negozio di abbigliamento. Qualche minuto dopo era già operativa, efficiente e professionale nella divisa del locale, jeans, maglietta nera con stampato il logo del bar, due trecce da bambina le raccoglievano i capelli argentei, i grandi occhi chiari erano valorizzati da un trucco sapiente. Lui come sempre arrivò con i suoi amici nel tardo pomeriggio e, purtroppo, come sempre, venne raggiunto poco dopo dalla fidanzata e dalle amiche di lei. Lui assomigliava a uno dei personaggi dei romanzi di Anna Todd: alto, i capelli scuri mossi e l’intenso sguardo degli occhi chiari con cui sembrava fulminare gli interlocutori, l’aria ribelle e sicura di sé accentuata dai tatuaggi, il fisico palestrato…tutto faceva convergere gli sguardi femminili su di lui. Marco, il fidanzato di Bea, lo conosceva in quanto avevano frequentato, anche se in sezioni diverse, lo stesso liceo scientifico e attualmente si incontravano sul treno che portava entrambi a Genova all’università. Si chiamava Jacopo, aveva ventitré anni, suo padre era un poliziotto e sua madre un medico. La sua fidanzata, Elisa, era a dir poco odiosa. Lunghi capelli rossi che scendevano sulla schiena in una morbida cascata di riccioli, grandi e brillanti occhi nocciola, incarnato splendido e un viso innocente. Era bella e consapevole di esserlo. Selene si diceva che le sarebbe stata antipatica anche se non fosse stata la fidanzata di Jacopo. Davanti a lui sfoggiava un atteggiamento dolce e mieloso, ma il suo sguardo aveva un retrogusto di acciaio e falsità. Quando non era al lavoro Selene si ritrovava spesso a fantasticare: Jacopo abbandonava Elisa, Jacopo si innamorava follemente di lei, Jacopo le sussurrava appassionate parole d’amore… Selene doveva fare violenza su se stessa per non guardarlo con troppa insistenza. Le piaceva tutto di lui. Lo voleva. Lui sarebbe stato il principe azzurro che, scegliendola, l’avrebbe riscattata dall’anaffettività della madre, dalla povertà della casa popolare dove aveva abitato, dalla vita senza futuro che l’attendeva.
Beatrice si prese a cuore la questione. Per qualche giorno lei e Marco si infiltrarono nella compagnia di Jacopo poi, nella serata libera di Selene, si riunirono tutti e tre nella camera di quest’ultima e iniziò un vero e proprio consiglio di guerra.
«Allora», esordì Bea, «dalle informazioni che io e Marco abbiamo raccolto, sappiamo che a Jacopo piacciono le ragazze magre dai capelli biondi.»
«Peccato che il mondo sia pieno di ragazze con queste caratteristiche, e poi io ho i capelli troppo biondi», interloquì Selene.
«Inoltre», rincalzò Marco, «sembra che Jacopo sia veramente preso da Elisa, certo, con le tette che quella si ritrova…ahia!»
Beatrice l’aveva colpito in piena faccia con un cuscino riducendolo al silenzio.
Erano in una fase di stallo, ma all’improvviso Bea alzò gli occhi al soffitto con aria ispirata, poi li puntò su Selene esclamando: «Qual è il punto debole di Jacopo?»
«Il suo migliore amico lo prende sempre in giro perché è troppo geloso», rispose prontamente Marco che voleva farsi perdonare l’infelice uscita di qualche momento prima.
«Bene! Faremo leva proprio su questo.»
«E come? Non sono un maschio per poter fare il cascamorto con Elisa pur di ingelosire Jacopo» replicò scorata Selene.
«No, tuttavia potremmo tendere una trappola.»
Selene e Marco guardarono Beatrice incuriositi.
«Potremmo far circolare voci diffamatorie su di lei… ad esempio che si vede ancor di nascosto col suo ex.»
«Diabolico», mormorò Marco.
«Grandioso!» esclamò Selene battendo le mani eccitata come una bimba davanti a una torta.
«L’altra sera mi hai detto di aver preso il berretto che Elisa ha dimenticato al Sarto. Invece di utilizzarlo come estrema risorsa per un rito vudù, io e Marco potremmo abbandonarlo nella macchina del suo ex, come prova dell’avvenuto tradimento.»
«Ma… questo ex, non potrebbe smentire le accuse?» chiese dubbiosa Selene.
«Marco lo conosce bene, è suo amico e sa che questo ragazzo odia Jacopo per avergli soffiato la fidanzata un anno fa.»
«Tommaso non perderà un’occasione del genere per farla pagare a Jacopo!» sentenziò Marco.
«Allora è deciso!»
I tre ragazzi si diedero il cinque per siglare l’intesa e poi Selene e Beatrice si lanciarono in risolini eccitati. Era come quando a scuola si inventavano le bugie più strampalate per rimandare una verifica o per farsi alzare un voto. Ogni mezzo è lecito per ottenere quello che si vuole e tutto è come un grande gioco, una partita dove vince il più furbo e il più scaltro, e le più furbe erano loro!

Erano passate appena tre settimane e a Selene sembrava di vivere in un sogno, in una meravigliosa fiaba. Tutto era andato come progettato. Dopo aver fatto girare le voci del presunto tradimento di Elisa, era stato fatto ritrovare il suo berretto sulla macchina di Tommaso dal migliore amico di Jacopo, che era diventato il testimone attendibile dell’inaffidabilità della ragazza. Jacopo era andato su tutte le furie, si era azzuffato con Tommaso, aveva avuto un drammatico confronto con Elisa in cui si era rifiutato di credere alle proteste di innocenza di lei, aveva cancellato tutti i suoi dati dal cellulare e chiuso il profilo facebook che condivideva con la ragazza. Aveva anche iniziato a passare più tempo al bar ubriacandosi, ed era stato in quei momenti che Selene si era incuneata. Invece di tornare a casa, una volta finito il suo turno, la giovane si fermava a parlare con Jacopo a lungo ed era diventata in breve tempo la sua confidente. Il ragazzo era incuriosito e attratto nello stesso tempo da quell’esile albina che sembrava un raggio di luna caduto sulla terra e nello stesso tempo un cucciolo smarrito che chiede solamente di essere amato, promettendo in cambio dedizione eterna. Divennero amici e iniziarono a incontrarsi. Jacopo si divertì a fare da cicerone a Selene per Acqui, facendole scoprire angoli particolari, noti e meno noti, della cittadina termale. Selene era deliziata. Amava Ovada dove era nata e cresciuta e si era abituata alla sua architettura barocca, alle alte colline dell’appenino ligure che la serravano tutto intorno, al dato di essere de facto piemontesi, ma liguri nell’animo. Di Alessandria, dove aveva frequentato le superiori, apprezzava solo le vetrine dei negozi delle vie centrali e la promessa di infinito della piatta pianura padana. Acqui era il giusto mezzo tra le due e, in più, aveva un fascino unico. Adagiata in una conca tra i declivi di dolci colline, lontana da ogni sbocco autostradale e come sospesa in un tempo indefinito, trascorreva placida le sue giornate tra i due mercati settimanali e i ritrovi nella piazza centrale sotto la statua del re Vittorio Emanuele II. Una volta finito il suo turno, Selene amava andare nella piazza della Bollente insieme a Jacopo ad ammirare l’elegante edicola ottocentesca immersa tra i fumi prodotti dalla calda acqua termale che sgorgava senza posa da due fonti a cielo aperto: una visione che sembrava uscita da un paesaggio infernale e che ingenerava una sensazione di straniamento degna di un quadro di Magritte. Jacopo le raccontò la diceria secondo cui le acque sulfuree arrivavano direttamente da un vulcano sotterraneo, sito nelle profondità della terra al di sotto del Monte Stregone, una collinetta poco fuori Acqui, dove molti secoli addietro, risiedeva un malvagio incantatore. Le piaceva anche perdersi tra le strette vie medioevali del quartiere Pisterna, all’ombra dei resti delle alte mura del castello dei Paleologi, immaginando di essere una ricca dama di altri tempi a spasso col suo fidato servo. La intrigava il pensiero che, ovunque si scavasse, emergessero resti della antica città termale romana di Aquae Statiellae; era come calpestare letteralmente il tempo e le ere. Ma le attrattive non erano finite. Jacopo un giorno la condusse in una libreria esoterica dove Selene conobbe un vero mago che prediva il futuro leggendo i tarocchi, faceva filtri d’amore e altri sortilegi. Scoprì che Jacopo era appassionato di occultismo e si ritrovò ad ascoltare discorsi affascinanti su fenomeni paranormali, gesta di maghi famosi del passato come Gurdjieff, realtà parallele e demoni. Selene si sentiva come una principessa esploratrice, un nuovo mondo pieno di stimoli le si spiegava davanti come un ventaglio. Quando Jacopo propose a lei e ai suoi amici una escursione fuori porta in un castello diroccato, dove si narrava che dimorasse un demone, Selene accettò con entusiasmo e tutto venne organizzato.
Qualche giorno dopo erano in viaggio in macchina fuori Acqui in un tranquillo paesaggio fatto di dolci colline verdeggianti immerse nella malinconica luce del tardo pomeriggio e fiammeggianti di pampini rossi e oro sulle viti, ormai spoglie di uva. Imboccarono una strada sterrata alla base di un poggio, poco dopo parcheggiarono la macchina sul ciglio e proseguirono a piedi, inerpicandosi su uno stretto e sassoso viottolo. La fatica della salita non impedì loro di ridere e scherzare come facevano sempre quando si ritrovavano insieme.
Mentre si avvicinavano alla meta però le loro voci si abbassarono, le risate si spensero e una sensazione di aspettativa si impadronì di loro. Si stavano dirigendo verso i resti di un castello distrutto da tempo dove, secondo il mago che gestiva la libreria esoterica, dimorava un demone e ognuno di loro, in cuor suo, stava fantasticando sull’esito di un eventuale incontro. Selene sapeva cosa avrebbe chiesto al demone, che Jacopo l’amasse come lei amava lui.
Persa nelle sue riflessioni quasi non si accorse di essere all’esterno dei ruderi di antiche mura di contenimento. Ecco il castello! Era quasi fagocitato dagli alberi, tanto che alcuni di essi erano cresciuti nell’area interna del maniero di cui era rimasto ben poco. Qualche resto di muro di vecchie pietre squadrate soffocate dall’edera che svettavano ancora indomite verso il cielo serotino color zaffiro.
Jacopo, Bea e Marco eccitati, si misero subito a cercare l’anfratto dove, secondo il vecchio mago, abitava il demone, mentre Selene rimase ferma al centro dell’area, preda di una strana sensazione.
Aveva già vissuto quell’esperienza, era già stata in quel luogo dove gli alberi gemevano al vento e le antiche pietre erano chiazzate di umidità. Lei aveva sognato che sarebbe andata alla Tinazza e che avrebbe avuto quella strana sensazione. Era sfuggente come i frammenti di un sogno che, malgrado gli sforzi, scivola via dalla coscienza appena svegli al mattino. Pure la sensazione di ineluttabilità che l’aveva colpita allora era presente anche ora. Si sentiva sul limitare di due zone della sua vita, come fosse a un bivio che si apriva a precipizio su due possibilità. La scelta spettava a lei, ma lei non poteva sfuggire alla vertigine della scelta. Sì, era la vertigine della scelta quella che ora le causava un leggero giramento di testa, che le affrettava il respiro e accelerava il battito del cuore. Non sapeva tra cosa avrebbe dovuto scegliere e la consapevolezza della sua ignoranza la metteva in uno stato di profonda ansia, tuttavia era certa che le azioni, o le non azioni, che avrebbe compiuto, o non compiuto negli istanti successivi, per quanto insignificanti fossero, avrebbero cambiato per sempre il corso della sua vita. Venne distratta dagli amici che la chiamavano, invitandola a unirsi a loro in una bassa cavità che sembrava una grande tana scavata nel terreno. Selene li seguì con riluttanza. All’interno del basso anfratto c’era buio e un odore strano, ma nessuna traccia del demone. Jacopo propose di sedersi per terra e di concentrarsi su se stessi e sul proprio desiderio, escludendo gli stimoli provenienti dal mondo esterno, ma lasciando la mente pronta ad accogliere qualunque elemento le si presentasse. Passarono solo pochi minuti prima che Marco rompesse il silenzio. «Io esco, mi sta venendo un crampo alla gamba», mormorò prima di sgattaiolare via ed essere seguito poco dopo da Beatrice. Selene, non volendo apparire pavida di fronte a Jacopo, rimase, ma anche il ragazzo poco dopo si alzò per quel poco che consentiva il basso soffitto di pietra, fece numerose foto con lo smartphone e uscì. Selene lo seguì a ruota. I quattro ragazzi si guardarono nella luce sempre più incerta del crepuscolo che stava sopraggiungendo.
Bea, spontanea e irruente come sempre, fu la prima a parlare: «È un posto lugubre. Mi ha messo a disagio.»
«Io non ho avvertito nulla», mentre diceva questo, però, Marco sfuggì il loro sguardo.
«Non so…», tergiversò Selene «a un certo punto il mio cuore ha aumentato i battiti come dopo una lunga corsa e mi sono venuti dei brividi.»
«Io ho percepito un’intensa sensazione di gelo e come se ci fosse qualcun altro con noi. Guardate! Le foto mostrano qualcosa!»
Gli altri tre si raccolsero intorno a lui e sulla schermata dello smartphone sfilarono immagini indistinte e confuse, buio chiazzato da una indefinita luminescenza di forma sferica.
«Potrebbe essere un effetto ottico dovuto alla rifrazione della luce», disse Marco.
«Forse sarà come dici, tuttavia fate attenzione nei prossimi giorni a qualsiasi evento inusuale che potrebbe capitarvi», chiosò Jacopo.

Il desiderio di recarsi in un luogo può essere considerato un evento inusuale? Si chiedeva Selene.
Era il trenta di ottobre e invece di passeggiare per le vie centrali a comprare la maschera e il costume da indossare per Halloween si ritrovava, quasi contro la sua volontà, nella zona Bagni, oltre il ponte sul fiume Bormida. Costeggiò la grande piscina scoperta a due vasche che si intravedeva dall’alto attraverso le maglie di una recinzione coperta da una siepe di rampicanti, passò davanti a una gelateria che sembrava uscita da una illustrazione degli anni Sessanta, deviò a destra e si incamminò sotto un viale alberato spoglio di foglie che conduceva a quella che gli acquesi chiamavano Acqua marcia. Una collina era stata spianata per metà ed era stato costruito al suo posto un tempietto in stile greco-romano. Al suo interno sgorgava perennemente, in un sottile rivolo da due rubinetti d’ottone, un’acqua che emanava un acuto fetore di uova marce. Selene si bagnò la mano nell’acqua fredda, sorella minore della più famosa fonte della Bollente e osservò persa nei ricordi le gocce rimbalzare e perdersi nel lavandino sottostante di pietra grigia dal tempo. La prima volta che era stata in quel posto c’era Jacopo con lei e l’aveva invitata a bere l’acqua, come facevano molti turisti, ma lei si era rifiutata. Era già orribile l’odore, figurarsi come poteva essere il sapore! Allora le era sembrato un luogo triste ma romantico, sempre oscurato dall’ombra dell’alta collina frontale che veniva chiamata Monte Stregone. Ora il tempietto e il rumore gorgogliante della fonte producevano in lei strane sensazioni: era sola eppure avvertiva la presenza di qualcosa, non sapeva definire cosa, ma aveva la certezza che fosse malvagio e che la stesse osservando. Una forte sensazione di disagio la invase e la ragazza si affrettò ad allontanarsi, pur dandosi della stupida. I suoi passi la portarono al vicino centro termale Il lago delle sorgenti dove era stata pochi giorni prima con Jacopo. Si fermò un attimo a contemplarne l’anonima facciata immersa nel verde di un parco, evocando con nostalgia il piacere che le avevano procurato i bagni termali. Le era piaciuto ogni particolare dell’esperienza: il tepore avvolgente dell’acqua, le piccole piscine dove si oziava galleggiando senza fatica e inconsapevoli di tutto come nel ventre materno osservando dalle grandi vetrate il dolce paesaggio collinare, i brividi freschi quando si usciva all’aperto prima di immergersi nelle vasche di idromassaggio o di passeggiare tutto intorno a quello che sembrava un piccolo lago di acqua sulfurea che esalava in volute di vapore e così caldo che era proibito toccarlo, la sensazione di piacevole spossatezza che l’aveva invasa mentre si lasciava cullare dal suono ipnotico del gong e delle campane tibetane nella lunga sala destinata alla meditazione. Quel giorno aveva sperato che Jacopo, dopo averla vista in costume da bagno, smettesse di trattarla come un’amica, ma non era stato così, anche se l’aveva guardata tutto il tempo come fosse la cosa più preziosa e fragile del mondo. Selene sospirò di rammarico. Forse Lui aveva solo bisogno di ulteriore tempo per dimenticare Elisa. Pensò mentre proseguiva a camminare sotto il viale di tigli. Incrociò un uomo anziano che portava a spasso un cagnolino, i soli altri due esseri viventi che avesse incontrato fino a quel momento, e si stupì dell’aria di desolazione e trascuratezza che dominava la scena. Alla sua sinistra vi era un grande bar dall’ingresso sprangato con un dehors esterno su cui si ammucchiavano disordinatamente le autunnali foglie morte, davanti a lei si apriva una piccola piazza su cui incombeva un lungo edificio a due piani interamente in stato di abbandono, i muri scrostati di intonaco caduto, le persiane rotte e una scritta sbiadita dal tempo che lo indicava come Istituto Alberghiero. A destra della vecchia scuola, Selene notò una piccola cappella e una stretta strada in salita, unico sbocco della piazza da quel lato, altrimenti serrata interamente dalla sede delle ex terme militari, anche esse in stato di totale incuria. Incuriosita si diresse da quella parte. L’asfalto della strada spaccato in più punti aveva creato dei piccoli avvallamenti in cui cresceva l’erba, piccole palazzine sventrate e disabitate in stile liberty, alcune delle quali una volta erano state alberghetti, sfilavano ai suoi lati come monumenti funebri al passato fasto di cittadina termale alla moda che Acqui aveva vissuto agli inizi del Novecento. A un certo punto gli edifici furono sostituti da alberi che avevano lasciato cadere i loro frutti a terra e Selene si ritrovò a camminare su uno strato di bucce verdi e polpa rossa chiazzata da piccoli semi marroni dall’odore dolciastro, fino a quando vide davanti a sé una sbarra di ferro e al di là un campo incolto. La strada era senza sbocco. Un refolo di vento gelido la investì perché, proprio in quel momento, il sole era declinato dietro la cima del monte Stregone, dove Selene non sarebbe mai giunta da quella parte. La ragazza si voltò per tornare sui suoi passi quando una strana sensazione si impossessò di lei, lasciandola senza fiato per lo stupore e la paura. Le sembrò di essere distaccata da se stessa, di osservarsi dall’esterno e che quello che stava percependo, la brezza fredda, lo smorzarsi della luce, l’odore dolciastro dei frutti caduti…accadesse a un’altra. Sentì anche una voce, no, erano i suoi pensieri, ma era come se parlasse un altro dentro la sua testa: « Hai camminato da sola su una strada dissestata in salita che non porta a nulla. È un sentiero interrotto che trasuda abbandono, decadimento, morte. Ogni tuo passo, ogni tuo respiro ti sta avvicinando al tuo destino. Nella notte in cui i confini tra i mondi si assottigliano come veli e gli spiriti e i demoni vagano sulla terra giungerai dinanzi al tuo fato.»
Fu un attimo poi Selene tornò padrona di se stessa. Tremante di sgomento, il fiato corto, maledisse Jacopo e la sua passione per l’occultismo. Forse quello che abitava alla Tinazza non era un demone, ma sicuramente era qualcosa di strano e potente che ora l’aveva presa di mira. Tornò velocemente a casa dove provò più volte a chiamare il giovane, ma questi aveva il telefono staccato e la ragazza si ricordò che era andato a casa di un suo amico a studiare per un esame in un paesino vicino ad Acqui, dove non vi era campo. Non osò raccontare nulla a Beatrice per non essere derisa, ma quella sera, mentre erano a tavola per la cena, la semplicità dei gesti quotidiani e il calore affettivo della famiglia dell’amica la rasserenarono. L’esperienza della passeggiata del pomeriggio perdeva consistenza e forza angosciosa, come un brutto incubo fugato dalla luce del mattino.
Il giorno dopo stette in casa fino a quando dovette uscire per andare a lavorare e fu un turno massacrante: ricorreva Halloween e Selene non fece altro che servire, nel pomeriggio, a piccoli scheletri, zombie, vampiri, streghe e quant’altro poi, nella prima serata, a qualche ragazzo o adulto mascherato precocemente in giro per locali. Per fortuna il suo turno finiva alle 23 e mezz’ora dopo era nella sua camera a farsi una doccia calda e a infilarsi nel letto. Jacopo era ancora dal suo amico, Beatrice e Marco erano partiti presto per andare in una discoteca alla moda dalle parti di Milano e lei era troppo stanca. Aprì l’immancabile libro di Anna Todd che la traghettava dalla veglia al sonno e poco dopo era già assopita. Subito cadde in uno strano sogno che aveva la vividezza di un’allucinazione. Usciva di casa e si inoltrava per le vie centrali di Acqui in uno scenario straniante e grottesco popolato da figure che sembravano uscite dagli inferi. Era Halloween, ma mentre nel pomeriggio i bambini in costume le avevano procurato una sensazione di tenerezza, ora il mondo le sembrava un’ombra dell’aldilà affollata da morti che per una notte erano tornati a vivere, e da spiriti malvagi che si nascondevano sotto le maschere di teschio o di strega. Poteva quasi sentire il loro sguardo malevolo che si appuntava su di lei, come se sapessero che li aveva riconosciuti. Il sogno la portò lontano, nella quiete della zona Bagni, davanti al Lago delle sorgenti, dove entrò con facilità, percorse un lungo corridoio e quando arrivò alle grandi e alte portefinestre che si affacciavano sulla grande piscina di acqua termale bollente, le aprì e uscì fuori. Subito il paesaggio cambiò. Il piccolo lago di acqua sulfurea c’era ancora, non più raccolto però da bordi di cemento ma contorniato da enormi e possenti alberi secolari di latifoglie ai cui piedi crescevano fitti cespugli di pungitopo. Un’ enorme luna era appena sorta dietro le chiome scure degli alberi e bagnava ogni cosa con la sua magica luce argentea. Selene fissò incantata lo scenario ma, a un tratto, i vapori biancastri esalati dall’acqua iniziarono a vorticare intrecciandosi tra loro dando vita a una sorta di danza fatata. Quando si dispersero, dall’altra parte del laghetto vi era una gigantesca figura d’ombra e tenebre dalle fattezze umane ma dai contorni ondeggianti, assisa su un maestoso trono. Un freddo intenso la invase insieme a un timore panico, il cuore le martellava potentemente contro le costole, il suo corpo si ricoprì di sudore, la mente le si annebbiò, mentre un istinto animale le gridava di fuggire con tutte le sue forze, ma un’energia oscura la tratteneva dinnanzi all’Essere. Sapeva di trovarsi di fronte a qualcosa di terribile, che non apparteneva a questa Terra e nei confronti del quale era una semplice preda, un giocattolo insulso, una scritta sulla sabbia spazzata dal mare. Poi udì una voce, ma non con le orecchie. Risuonava dentro di lei e faceva fremere d’orrore ogni atomo del suo corpo.
«Io sono il Demone che vive sotto la collina», disse la voce che non era una voce. « Io sono colui che esiste da sempre. Mi sono formato insieme ai cieli, il mio corpo si è assemblato quando i primi pianeti hanno iniziato a ruotare intorno alle loro stelle pulsanti, ho respirato la prima aria mefitica che ha pervaso l’atmosfera, ho cacciato con i grandi e terribili dinosauri, ho assistito incuriosito al nascere e al crollo di imperi. Sono sempre stato qui, prima ancora che la collina si levasse sulla pianura e che gli uomini scoprissero le sorgenti di acqua calda che chiamarono termali. Io esisto come esistono i cieli, i fiumi e i monti, ma vivo di un’altra vita, oscura e potente, arcana e terribile. Io sono la voce che sussurra nella notte, sono fatto della stessa sostanza degli incubi, sono Pan che corre nel labirinto e appartengo alla matrice del Male. Io sono colui che ha dormito per millenni e che tu hai svegliato. Dimmi, mortale, cosa desidera il tuo cuore inquieto?»
Selene avvertì la presa dell’Essere allentarsi un poco, tanto da consentirle di articolare i pensieri per poter rispondere.
«Ti prego, lasciami andare! Io non ti ho mai evocato o cercato. Voglio solo tornare alla mia vita.»
«Tu mi hai cercato quando sei entrata nell’antro alla Tinazza e mi hai evocato ogni volta che il tuo cuore ha anelato a quello che la tua ragione ignora, ma intuisce.»
«Non capisco. A cosa ti riferisci? Forse al mio amore per Jacopo?»
il Demone rise. «Il tuo amore per Jacopo è solo una chimera, una bella favola con cui ti illudi, una menzogna che la tua ragione usa come manto per coprire dell’altro.»
«Non è vero! Io lo amo e so che anche lui mi amerà.» protestò con veemenza la ragazza.
«Mortale, il futuro è già scritto. Jacopo ti userà per mitigare l’affronto al suo orgoglio e alla sua vanità e poi ti abbandonerà per scegliere un’altra, spezzandoti il cuore. Tuttavia anche tu stai usando lui, non è vero?»
Selene sentì una calda lacrima scivolarle sulla pelle del viso e tracciare una scia di dolore.
«Perché mi fai questo?» gridò con voce roca, «Ho tutta una vita da vivere e non voglio sapere nulla di quello che accadrà, del male che subirò o delle delusioni che renderanno la mia anima un deserto.»
«Seguo semplicemente la mia natura», rispose beffardo il Demone, «scruto nel profondo degli uomini e ne traggo le loro piccolezze, gli egoismi, le invidie, i desideri senza volto che tuttavia li muovono come fantocci su una strada segnata.»
«Dimmi dunque», lo provocò Selene, «cosa desidero realmente?»
«Tu vuoi qualcuno che ti protegga dalla vita e da te stessa. Qualcuno che ti sollevi dalle paure, dai tradimenti, dal dolore di vivere che procurano le ingiustizie e che sia in grado di superare lo spazio e il tempo per non farti invecchiare. Ma soprattutto desideri qualcuno a cui credere quando ti dirà che avrà cura di te perché sei un essere speciale.»
Selene rise amara. «Nessuno è in grado di fare tutto questo!»
«È vero, nessun uomo ne è in grado…», mormorò il Demone.
Calò un silenzio pieno di impliciti.
«Mi stai promettendo salute, giovinezza eterna e amore in cambio della mia anima, come accade nei film?» indagò prudentemente la ragazza.
«Non voglio la tua anima. Io voglio te.»
Selene sentì di nuovo il terrore invaderla.
«C’è stato un tempo», continuò il Demone, «in cui gli uomini mi conoscevano e mi temevano. C’è stato un tempo in cui i tuoi simili mi portavano in dono sacrifici umani. Gettavano i prigionieri di guerra o i criminali incatenati nelle acque che tu hai davanti, e io sentivo crescere giorno dopo giorno il mio potere. Poi è arrivata l’epoca in cui sono stato ignorato. Un nuovo Dio ha occupato i pensieri dei mortali e io ho iniziato a dormire per dimenticare, per non sentire la debolezza generata dall’oblio. A un tratto ho avvertito la tua presenza e qualcosa si è ridestato in me. Sei diversa dagli altri, la tua essenza è particolare. È un profumo impalpabile che smuove ricordi che non si lasciano afferrare ma che rimandano a qualcosa di meraviglioso e irraggiungibile, è una nostalgia di cose perdute, è una carezza sull’anima. Tu sei la luce mentre io vivo nella notte, ma la notte ha bisogno della luce come la luce della notte. Io ti prenderò e ti porterò nel mio mondo di ombre e sussurri, di incubi e terrore, e non sarò più solo.»
Selene trovò la forza di rispondere ripetendosi che era solo un sogno, un brutto sogno.
«Tuttavia mi sembra di ricordare che voi demoni abbiate bisogno del libero assenso di noi mortali e io non voglio niente di quello che tu mi offri. Desidero unicamente che tu sparisca e di risvegliarmi nel mio letto!»
Il Demone rise. «Ti sbagli due volte», disse crudele, «tu non stai dormendo e nel profondo del tuo essere sai che mi seguirai.»
«No! Non lo farò mai! Ho tutta una vita davanti a me che voglio vivere nel bene e nel male.» gridò disperata la giovane.
La voce che non era una voce divenne un sussurro suadente e intimo.
« E tu vivrai Selene, ma di un’esistenza bella e terribile. Non morirai mai e rimarrai per sempre con me. Vieni Selene, vieni da me.»
L’enorme figura fatta d’ombra e di tenebra stese un braccio, un invito che era anche una promessa di eternità.
Una strana vertigine colse la ragazza. Le sembrò che il tempo si cristallizzasse in un eterno istante e che, nello stesso tempo, si frantumasse in mille schegge dove fluivano come su uno schermo spezzato, tutti i momenti della sua breve vita. All’improvviso il paesaggio intorno a lei cambiò. Si trovava su un alto dirupo che precipitava in un mare agitato e mugghiante. Selene riconobbe la scena. Qualche giorno prima, Jacopo le aveva fatto estrarre una carta da I Ching ed era uscita l’immagine dell’Abisso, proprio quello che stava vivendo ora. Un precipitare dentro un magma liquido di puro terrore. Si sentiva come una corda tesa fra quello che conosceva, la sua vita di sempre, e l’ignoto, in bilico tra l’umano e l’oltre-umano. Fissò il caos ribollente delle acque sotto di lei in preda alla disperazione, all’orrore, ma anche a un’incongruente sensazione di libertà. Un pesante velo di inconsapevolezza venne squarciato e qualcosa di oscuro e nascosto sorse dalle profondità dell’inconscio della ragazza, qualcosa che aveva perennemente negato a se stessa e che ora rivendicava la sua presenza perché aveva sempre gridato per farsi sentire, ma non era mai stato ascoltato. Uno strano calore avvolse il suo corpo, avvertì una sensazione particolare, come se una frana interiore facesse cedere barriere che non sapeva di avere eretto dentro di sé, e un marasma di emozioni primordiali affluì in lei cancellando il suo Io razionale.
Quell’altro da sé che era e non era lei, scelse.
Selene fece un passo avanti verso le acque sulfuree e verso il Demone, precipitò dentro l’Abisso e perse se stessa.

Io sono Chicco, un bel gattone tigrato rosso scuro. Di notte amo uscire di casa e girare per il quartiere. Nel buio ci sono sempre cose interessanti: animaletti che fuggono veloci per rintanarsi in qualche anfratto quando mi avvicino, uccellini che dormono sui rami e che volano via spaventati quando mi arrampico sugli alberi che li ospitano, avanzi di cibo succulento che escono fuori come tesori dai cassonetti della spazzatura. Sono così grazioso e amabile che gli umani che si occupano di me mi perdonano tutto, anche quando torno a casa sporco a mattino inoltrato solo per dormire. L’altra notte, però, ho visto qualcosa di strano. Sono saltato su un alto muro e sono penetrato in un posto particolare, come non avevo mai visto. Davanti a me c’era una grande distesa d’acqua puzzolente. Ho annusato disgustato l’odore di zolfo, poi ho tastato con lo zampino la superficie, ma mi sono ritratto come un fulmine miagolando di dolore. L’acqua era caldissima! Mi sono accoccolato lì accanto per riflettere a cosa potesse servire quel liquido che non si poteva bere quando ho visto uno strano riflesso sulla superficie. Sulle prime l’ho scambiato per l’immagine specchiata della luna alta nel cielo, ma quello si muoveva di moto proprio. Incuriosito mi sono sollevato e ho allungato il collo per vedere meglio, e infine l’ho scorta. Era una giovane figura femminile, candida come neve, nuotava sotto il pelo dell’acqua come una sirena e sembrava un raggio di luna fattosi argento d’acqua. Per un attimo i nostri occhi si sono incrociati e sono rimasto colpito dalla serenità del suo sguardo. Sembrava così appagata che ho creduto avesse trovato, sul fondo di quella enorme ciotola interrata, un intero bancale di croccantini. La ragazza ha steso un braccio come se volesse accarezzarmi, ma la sua mano non è riuscita a perforare la superficie del lago. Per un lungo istante ci siamo fissati, due prigionieri di mondi paralleli divisi da una barriera tanto evanescente quanto insuperabile. A un tratto una lunga ombra si è interposta tra la luna e il laghetto, un gelo improvviso e anomalo ha condensato il mio fiato e ho avvertito una presenza malvagia che vegliava gelosamente sulla giovane. Il pelo mi si è rizzato sulla schiena, ho lanciato un miagolio di avvertimento e sono scappato. Sono tornato di filato a casa. Per quella notte ne avevo avuto abbastanza di avventure! Mentre mangiavo dalla ciotola sempre piena, tanto per rifocillarmi un po’, mi sono rammaricato del fatto di non poter condividere la mia esperienza con gli umani al mio servizio. Sono così stupidi gli uomini! A volte sembra che lo facciano apposta a non capire cose molto banali, tipo che le lische di pesce sono irresistibili o che esistono esseri che abitano altri piani di realtà che noi gatti riusciamo a percepire. Ma forse è meglio così. Se fossero più intelligenti non mi basterebbe fare le fusa e strusciarmi contro le loro gambe per ottenere tutto quello che voglio.

Autrice: Miriam Alloisio. Hanno detto di lei che dà forma alle ombre e le intreccia con fili di luce per farne limpide storie.

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