I racconti di Marinella, Tutti

Il caffè di Erminia

Erminia guardava la TV perché a novantasei anni non le era rimasto granché da fare. Non distingueva bene le figure e i suoni arrivavano attutiti. Quando ancora viveva a casa sua, era solita alzare il volume e inserire i sottotitoli, ma non si trovava a casa e non ci sarebbe tornata mai più. L’ultima caduta le era costata la frattura del femore e l’immobilità a letto dopo l’intervento chirurgico. I suoi figli avevano ritenuto necessario il ricovero presso una residenza per anziani. Starai bene lì, le dicevano, è un albergo di lusso, aggiungevano. Erminia non era attratta dal lusso. Aveva vissuto la guerra e conservava il ricordo della fame e delle macerie. Macerie. Erminia si sentiva come le case distrutte dall’indifferente passare del tempo, ma non lo diceva a nessuno perché aveva imparato a non infastidire gli altri. Di sicuro non poteva dirlo alle affaccendate operatrici che le cambiavano i pannoloni. Nessuno aveva tempo. I suoi figli andavano a trovarla una volta al giorno, parlavano con assistenti e infermieri, si accertavano che stesse bene e tornavano alle loro indaffarate esistenze. Erano dei bravi figli, lei lo sapeva. I loro volti le sorridevano dalle fotografie che Erminia aveva voluto portare con sé insieme al plaid che era solita tenere sulle ginocchia. Erminia conservava i suoi ricordi come pesanti fardelli dai quali non era possibile separarsi. Non si era separata nemmeno da suo marito, partito per la guerra e mai più tornato. Era bello Giacomo e lei ne era stata follemente innamorata. Un eroe che aveva preferito la prigionia in un lager tedesco a una finta libertà al loro servizio. Probabilmente era morto lì e nessuno si era curato di avvisarla. Erminia lo aveva aspettato invano per anni. Ogni mattina si affacciava alla finestra sperando di vederlo arrivare e preparava il caffè con la caffettiera napoletana che a lui piaceva tanto. Restava a guardare il liquido scuro uscire lentamente riempendosi le narici dell’aroma che avevano condiviso insieme seppure per poco tempo. Quando i figli le regalarono una moderna macchina per il caffè espresso, si arrabbiò così tanto da non rivolgere loro la parola per giorni. Non la utilizzò mai e la regalò alla signora del piano di sotto perché, seppure sgradito e inopportuno, era un oggetto da non sprecare con il non utilizzo.
Da quando era ospite della residenza per anziani, l’unica cosa che chiedeva al mattino appena sveglia era proprio quella: un caffè. Ma ogni volta le portavano una bevanda che non gli assomigliava neanche lontanamente. Erminia smise di chiedere e capì: non c’era più niente da attendere, niente in cui sperare, niente più da vivere. Solo TV e un cattivo caffè all’orzo portato frettolosamente da una ragazza con una divisa bianca. Erminia chiuse gli occhi e ripensò all’ultima volta che aveva visto Giacomo. Il volto rugoso si distese, le labbra sottili accennarono un sorriso lieve e i deboli muscoli si rilassarono.
Quando la trovarono, abbandonata al quieto sonno della morte, non riuscirono a capire da dove arrivasse l’aroma di caffè che aleggiava nella stanza.

©Marinella Brizza

 

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