I vostri racconti, Tutti

Un’estate straordinaria

Autrice: Luisa Marchisone

Il sasso è stato gettato nello stagno. Le rane tacciono, i pesci fuggon rapidi nelle tane melmose, le cicale sembrano presagire qualcosa di losco nella sfiancante calura dell’estate. Anche la luna pare tremare nel cielo e per un istante infinito il silenzio placa la radura.
Leo ha l’impressione di poter udire lo sciacquio delle increspature concentriche sul pelo dell’acqua verdastra e un leggero disagio gli serpeggia alla base della nuca.
Probabilmente sarebbe stato meglio badare ai fatti propri.
Eppure è esattamente questo che lo ha spinto tanto in là: occuparsi di un amico è come vegliare un tesoro… non è questo, in fondo, l’amicizia?

TAPPO

Più o meno si era già trovato a riflettere sull’amicizia e i legami.
Ricordava quel giorno come fosse stato ieri. Il giorno in cui aveva incontrato Tappo.
Tappo – che fino a quel momento si chiamava semplicemente cane o, a seconda delle occasioni, cagnolino o cucciolo o bastardaccio – era un povero sfigatello che da qualche giorno vagava nei pressi del ponte. Si era trovato un angolino tranquillo tra le arcate dove dei campeggiatori incivili avevano abbandonato i resti di un bivacco ( alcuni succulenti ossi di maiale evocanti grigliate e barbecue, scatolette di tonno dall’eccellente untume profumato e soprattutto una morbida felpa sfilacciata e sbiadita cui il cagnolino aveva meticolosamente rosicchiato i bordini nelle oziose serate estive).

Non si può negare che alcune dame non avessero tentato un approccio col piccoletto ma lui -diffidente per natura e per vissuto- non si era lasciato convincere (profumi troppo forti e unghie troppo rosse gli avevano evocato artigli feroci grondanti sangue, povera anima…)

Costruitosi un suo mondo sicuro e divertente in cui talvolta sfrecciavano topolini da inseguire o bombi ronzanti da acchiappare zigzagando in un piacevole delirio, quel pomeriggio stava accucciato sul bordo dell’acqua a osservare il movimento bizzarro della mucillagine verdastra che creava gibigianne semoventi sul pelo dell’acqua.

Sulla cima del ponte Leo aveva fermato la bicicletta.
Cercava pigramente con lo sguardo qualche anatra cui fare QUA-QUA per vederle girare il capo irritate dalla mala creanza di questo sciagurato. Oppure -se era fortunato- una nutria che scivolasse nell’acqua con in bocca un rametto o un pezzo di copertone consunto…
Quel giorno il fiume languiva nella calura, riarso dalla lunga siccità e appariva particolarmente immobile e deserto, quasi disegnato a olio sullo sfondo della collina.
Leo appoggiò il mento alla balaustra annusando l’odore muffito dell’acqua e provando a immaginare come sarebbe stato affondare le mani in quel viscidume verdastro. Un movimento repentino e impercettibile rapì il suo sguardo.
Qualcosa di bianco era rimbalzato sul greto e aveva rotolato veloce nella macchia fra le foglie.
Leo si immobilizzò in attesa. Era così fermo che trasalì quando un suono acuto – tipo un miagolio – squarciò la calura.
“Un gatto!!” si illuminò. Fantastici i gatti! Morbidi e scostanti come le Regine delle fiabe.. Inforcando la bicicletta partì balzellando sui ciottoli del sentiero che scendeva fino alla base dei piloni umidicci.
La radura era calma, immobile come una fotografia.
Leo aspettò. Poi diede un calcio a un sassolino. Poi ad un altro.
E poi d’improvviso una gazzarra indicibile si scatenò furiosa proprio a un passo dalle sue Superga blu!

Squittii, miagolii, schiocchi di foglie pestate e frullio di pulviscolo. E un qualcosa di bianco che schizza fuori dal fogliame… Era un cagnolino! Bianco, piccolo come un pallone da basket e guaiva spaventato, saltando come un ossesso, fissando atterrito davanti a se una orrenda, enorme, malefica pantegana nera e unta che lo bullizzava, tentando di morderlo con un versaccio davvero infernale!
Leo sobbalzò all’indietro curioso e schifato allo stesso tempo ma in un lampo afferrò da terra un tozzo ramo nodoso roteandolo in aria come una scimitarra . Urlava più di un Mohicano all’attacco, saltando e assalendo il terreno con una sarabanda di colpi. Il topaccio – forse più sorpreso che spaventato da questo strano nemico vociante – voltò allora la coda e scivolò rapido nell’acqua, non dopo un ultimo soffio di rappresaglia indispettita.

Leo ansimava, stravolto.
Il cane lo fissava serafico come la statua di un santo.

Sodalizi ben più acclamati non sono nati con altrettanto melodramma e il loro fu -fin da quell’istante- il legame perfetto che ognuno cerca per se stesso nella vita.

VENANZIO

Non aveva un vero e proprio primo ricordo del Sig. Venanzio. Aveva piuttosto una sensazione che lo riguardava, una specie di luce soffusa che si era accesa quando lo aveva incontrato lungo la strada che dal centro andava verso la statale. Lo aveva veduto da lontano, accostato sul ciglio e senza sapere chi fosse ne aveva osservato il passo stanco, incerto.
Proprio mentre con la bici stava per superarlo il vecchio aveva incespicato e rischiato di cadergli sotto le ruote. Leo aveva frenato, era pure mezzo caduto, e la canna della bicicletta gli aveva colpito proprio lo spigolo del malleolo con un dolore da stelle celesti!
Il vecchio aveva imprecato e, stranamente, era stata proprio quell’invettiva – masticata fra i denti come un sigaro toscano – ad accendere in Leo la luce di un ricordo.

E’ col nonno seduto composto sulla panchina accanto allo stagno. E’ probabilmente un pomeriggio autunnale : tutto attorno a loro infatti è giallo e arancione e anche la sciarpa del Sig. Venanzio è dello stesso colore delle zucche di Halloween , come quelle che la mamma proprio ieri aveva posato sui davanzali.
Quell’uomo si è avvicinato al nonno alzando in alto una mano e lo ha chiamato :”Ehilà Vecchio Salame!”. Al nonno è venuto da ridere ed è balzato in piedi ad abbracciare l’amico scuotendogli le spalle con delle pacche come sberloni.
A Leo non piace quell’omone barbuto e lo spia con la coda dell’occhio: sembra Babbo Natale, ma non quello buono dei regali incartati, bensì uno un po’ arcigno, quasi di cattivo umore. Leo si aggrappa al giaccone del nonno come un pulcino all’ala dell’oca.
Ascolta senza sentirli i loro discorsi, percependone il suono cantilenante, come un forestiero che senta conversazioni in una lingua sconosciuta e quasi si sente assopire nell’estraneità di quei discorsi “da grandi” tanto lontani, incomprensibili … fino allo schiocco dirompente di un improperio: terribile, irripetibile.
Leo sobbalza sulla panchina come punto dalle ortiche: non si dicono certe parole! “E soprattutto non si dicono ad una signora!” aggiungerebbe la mamma! Già perché Venanzio quella cosa terribile l’ha lanciata come uno strale alla volta di una certa Adele che a quanto pare è “sparita” o chissà cosa…. Leo non lo sa né gli interessa. Sa solo che quelle parole le ricorderà ancora per molto tempo pur non sentendole mai più.
Mai più fino a quel mattino in cui la canna della bicicletta gli ha mostrato il firmamento cadendogli sul malleolo.

Forse fu l’aspetto vacillante e disarmato del vecchio -tanto cambiato dall’austero Babbo Natale di qualche anno prima- tuttavia certamente Leo sapeva ,in cuor suo, quanto contasse la curiosità nell’ attrarlo verso quell’uomo….
Cosa avrà fatto mai questa Adele per meritare la Terribile Imprecazione?

***

Non era stato facile accostarsi al vecchio né fargli percepire la propria buona fede.
Gli ci erano voluti giorni e giorni di goffi tentativi fatti di tranci di focaccia,
fette di torta al miele, Gazzette dello Sport donate come fasci di rose e il silente ascolto di drammatiche rampogne su qui fantomatici Nipoti, ingrati, spietati, che con raggiri e sotterfugi l’avevano dapprima depredato dei suoi beni e poi relegato lì, nell’austera stanzetta di “Casa Amica”.

A Leo quella stanza in realtà non dispiace: c’è un bel letto morbido con un buffo copriletto a orsacchiotti – “ Di certo lo scarto di uno dei loro marmocchi!” lo maltrattava Venanzio rifacendosi il letto – e una grande finestra sul prato dove però Venanzio non va mai a passeggiare.
Lui preferisce guardare la TV nella sala comune ed infuriarsi come un cane idrofobo per le notizie del telegiornale o i risultati delle partite.
Leo ritiene che le splendenti giornate estive meritino maggior deferenza ma accetta il riottoso sottrarvisi di Venanzio come “parte del pacchetto” che lo riguarda…
Non si è chiesto il motivo per cui continui a sentire il desiderio di avvicinarsi a questo vecchio bisbetico: la spontaneità dei suoi 11 anni non lo richiede… Tuttavia nel profondo del suo animo percepisce di aver presto accantonato quella prima petulante curiosità e che ora tutto questo ha a che fare con lo sguardo azzurro di suo nonno e con quelle pacche come sberloni che, in un giorno autunnale di qualche anno fa, gli aveva visto scaricar sulla schiena a questo anziano brontolone.
Gli sembra di vederlo accanto a Venanzio anche in questo momento, mentre costui fissa stupefatto la cima gelso dove Leo si è arrampicato a coglierne le coccole violacee.

« Ti dico che ne vale la pena Venanzio! – sta soffiando Leo ansante – Scommetto che non hai mai degnato di uno sguardo questo albero tanto grande, a star sempre sigillato in quella camera!»
«…ogni carcerato si affeziona alla propria cella…-borbotta Venanzio calando le mani nelle tasche.
«Eh?» la voce di Leo scende dall’alto.
«Niente ragazzo! Niente… ma adesso scendi: non c’è niente su quest’albero che io non abbia già visto e soprattutto niente per cui valga la pena rompersi l’osso del collo!!» ma Leo è già praticamente al suo fianco e regge un fagottino pieno di more.
«Assaggiane una!» sorride porgendogliela.
Venanzio mugugna. Non gli va. Sa già che sapore ha. Non ha fame ora.
«Ma che fame Venanzio! Queste sono come… caramelle!» e ne morsica una coi suoi dentoni un po’ storti facendo colare il succo.
«Và lì che sembri un vampiro!- ridacchia Venanzio porgendogli un fazzoletto. Ma poi, sorpreso egli stesso dal proprio gesto, allunga la mano e porta una mora alle labbra.

Molti anni dopo ( acquisito quello speciale “sguardo della mente” che hanno solo i poeti e i sognatori) Leo avrebbe riconosciuto in quel morso l’esatto istante in cui Venanzio aveva ceduto alla sua amicizia. Nel sapore di quella mora Venanzio aveva trovato i suoi 11 anni: quando correva a perdifiato nella campagna infuocata dei suoi Agosto di ragazzo, quando tutto davanti a sé era un mare di promesse e le ginocchia non avevano né reumi né borsiti ma sbucciature e ghirigori di polvere.
Il sapore di quella mora lo colpì, come un fulmine: lo accecò d’ira per la propria rassegnazione e lo colmò di pace per il raccolto di speranze che prometteva il viso di quel ragazzino.
«Esiste un futuro» pensò e questo pensiero lo trapassò come una freccia mentre inghiottiva il sapore della sua infanzia.

***

Il giorno in cui Leo chiese cautamente notizie di Adele, Venanzio era di ottimo umore e lo fece arrabbiare il proprio arrabbiarsi. E ciò naturalmente lo fece arrabbiare ancora di più.
«Che ne sai tu?» si accigliò.
«Bhè, niente…per questo chiedo» risponde Leo ovvio, seguendo per aria il volo di un bombo.
« Chi te ne ha parlato? – ruggisce- Chi è venuto a spettegolare spifferando i fatti miei? …
Scommetto che è stato quell’impiccione di Orazio -maledetto lui! »
“Chissà chi è ‘sto Orazio” – si chiede Leo perplesso.
« E certo! Gli piace tanto spiattellare le faccende altrui! Crede di riempire la sua scialba esistenza di scapolaccio abbrutito… Non avesse quel lavoro di portalettere non sarebbe altro che un brufolo sulle chiappe del mondo, ecco la verità!»
“Ah, ecco! Il Signor Barbaleoni, il postino…”
«No..no Venanzio, scusami! Non volevo farti arrabbiare» Leo si affretta a placarlo « In realtà – forse non te ne sei accorto – ma di Adele ne hai parlato tu…tante volte…»
Venanzio trasecola « Io?? E quando mai?…. Tu vaneggi ragazzo!»
Leo resta male. Ma come? Non ricorda più quante volte l’ha citata nei suoi racconti?
“Le esche migliori per le carpe le preparava Adele con pane e uovo”
“Sì, ho dei calzini buffi: coi faccini dei clown! Un regalo di Adele”
“Uh! Il budino al latte!! Il migliore lo faceva Adele, perché lei ci mette la cannella!”
Leo non aveva mai dimenticato quel brumoso giorno col nonno in cui aveva sentito Venanzio scagliare contro Adele la Terribile Imprecazione.
Ora gli era parso che i tempi fossero abbastanza maturi per sondare presso il vecchio ma la sua reazione lo fece ritirare velocemente nella tana e se ne tornò presto a casa lasciando Venanzio in compagnia del suo muso lungo.

Per un paio di giorni Leo disertò “Casa Amica”.
Preferì andare a stanare i pesci con Tappo lungo la roggia maestra o incontrarsi con Gedeone per qualche partita alla Play.
Gedeone era un mago del computer.
Una volta sua mamma aveva detto “E’ un vero topo da PC!” e a Leo questo era parso così buffo! Perché Gedeone pareva davvero un topolino coi dentoni sporgenti e gli occhialini tondi! Era stato un attimo soprannominarlo Mouse e a lui questo piaceva. «Mi dà fascino!» sosteneva.

Incontrò Venanzio un paio di volte ed entrambe il vecchio si avvicinò per poi allontanarsi brusco, quasi tirato indietro da un elastico invisibile.
Ma poi un mattino, mentre Leo stava lanciando molliche ai pescetti dello stagno, sentì alle sue spalle una voce.
«Ho avuto torto ragazzo…»
Leo sorrise: non era tipo da tenere il broncio.
«Sono un vecchio avvizzito e ho dimenticato di averla nominata io per primo…
Ma sai, non c’è molto da dire riguardo a quella donna. Niente di particolare. Era soltanto una conoscente…Una signora – molto carina, graziosa…- di qui, del paese…»
Leo tiene agganciato lo sguardo del vecchio – “Si fa così con le prede grosse” diceva il nonno, tenendo la canna attanagliata fra le mani.
Leo fa lo stesso.
La sopita curiosità per la Terribile Imprecazione è stata riaccesa dall’ inusitata reazione di Venanzio di qualche giorno prima e Leo in quell’istante decide di aver proprio voglia di pescarlo ‘sto pesce!
E proprio in questo momento…

Non fu difficile. Dopo la reticenza iniziale pareva che a Venanzio fosse sgorgata una valanga di parole per parlare di lei. Descrisse chi era -“ Una signora molto gentile. E carina. Con un delizioso caschetto di capelli bianco argento…come gli opali…- e cosa faceva – “Aveva un negozio di fiori qui, nella piazza accanto alla Chiesa.
«Il negozio si chiamava La lavanda e spesso -anzi direi sempre- lei vestiva di quel colore.. Era molto piacevole: un amore, direi… Mi ha sempre fatto strano che una signora tanto graziosa non abbia messo su famiglia eppure è andata così. Mai nemmeno un fidanzato, uno spasimante…
E io lo avrei saputo, sai Leo?, perché la andavo a trovare praticamente ogni giorno…. Chiacchieravamo di tutto: del borgo, del tempo, della vita e della morte…. E a volte mi dava dei semi da piantare nell’orto…
Una volta – sorride al ricordo- si presentò a casa mia con un alberello di caco…
Lo piantammo insieme nel mio giardino.. lo vedessi ora Leo! E’ alto come la casa e a novembre fa dei frutti come palle di un albero di Natale!»

Leo non fatica a vederlo con gli occhi di Venanzio. Anche perché pure loro adesso brillano come la cometa a Betlemme.
«E cucinava alla grande sai? Altro che Cracco! Faceva un galletto al vino che lèvati!…
Quanto darei per mangiarmelo ancora una volta…» sospira.
«Che le è accaduto Venanzio?» riesce finalmente a interloquire Leo.
« E che ne so? – Venanzio salta su sulla panchina come fosse arroventata – Qualche anno fa ha chiuso il negozio ed è sparita.»
«Sparita? Come un fantasma? »
« Già! Proprio come un maledetto fantasma! Spa-ri-ta!!»
Venanzio alza la voce e Leo pensa di aver strattonato troppo la lenza. – “Recupera” suggerisce la voce del nonno.
«Scusa Venanzio ma intendevo… sarà mica…morta?»
«Ma va là ragazzo! I morti parton forse col treno?
E poi era la creatura più viva e vitale che abbia mai conosciuta.. No, mio caro, lei ha semplicemente chiuso il suo negozio e…Puff! Disparu!» Venanzio schiocca le dita.
« Pensa che proprio che proprio qualche giorno prima ero uscito con lei.
Avevo grandi notizie da darle e l’ho invitata per una cenetta speciale all’ “Olmo Magico”.
Mi ero messo tutto in ghingheri… Anche lei era bellissima quella sera. Aveva un abito rosso tutto svolazzante e una collana di corallo. I suoi capelli bianchi brillavano come neve sotto la luna …»

La voce di Venanzio giunge ora da una galassia lontana : direttamente dal salone dell’Olmo Magico e a Leo pare di vederlo con la cravatta buona e le scarpe lucidate a specchio.
«Lei quella sera era strana: agitata direi…
Sbriciolava le mollichine di pane e le sue risate stridevano come gesso sulla lavagna.
Forse non stava bene… forse…si aspettava qualcosa da me…» abbassa lo sguardo e osserva la punta delle scarpe come le vedesse oggi per la prima volta.
« Cosa è successo Venanzio? » Persino Leo, con la sua acerba percezione dell’Amore, ha capito perché Adele avesse indossato un abito rosso quella sera.
«Bhè.. le ho esposto la mia Grande Idea…- Venanzio è imbarazzato.
Le ho detto che dopo tanti anni di amicizia in cui ci eravamo dimostrati affetto reciproco. E rispetto. E ammirazione… in nome di tutte le meravigliose affinità che in tanti anni ci avevano uniti… le ho chiesto…»
«Cosa Venanzio? Cosa?..» frigge Leo impaziente.
«Bhe io le ho fatto la proposta di…. comprare insieme un furgone…»
Leo quasi cade dalla panchina.
«Ma che furgone Venanzio??.. Ma cosa dici?»
Venanzio si fa piccino come un pulcino. La sua voce, in effetti, è un pigolio
«Bhè a lei serviva…. Sai per le consegne, i trasporti… Io volevo aiutarla…»

***

Quella sera Leo non riesce a dormire. Il caldo e i pensieri non gli dan pace, si rigira nel letto come uno spiedino.
Ma verso l’alba finalmente un pensiero lo illumina come un bagliore: Ecco cosa farà : ritroverà Adele! Lo farà per Venanzio.

ADELE

Improvvisarsi detective non è facile come sembra: e sì che guarda Montalbano ogni volta che lo danno in TV. Soltanto sua madre lo degna della propria serietà ma con scarso risultato «Non la conoscevo proprio Leo, mi spiace».
Don Gualtiero gli ha scompigliato i capelli e – col soave sorriso onnipresente – ha pronunciato un imprecisato « Chissà.. ».
Il “pettegolissimo” postino Barbaleoni ha berciato «Io mi faccio gli affari miei!» dopo di che ha inforcato il vespino giallo delle Poste ed è partito sgommando sul ghiaione.

Stranamente l’unico a cui non aveva pensato di chiedere aiuto è l’unico che è disposto a darglielo: «Sono o no il Mago del PC?» si pavoneggia Gedeone aprendo il laptop.

***

«Fiocchi Adele hai detto, giusto? Fiocchi…Fiocchi… Eccone qua una! Uh,no : ha 26 anni e balla su un cubo… Fiocchi Riccardino…Fiocchi Lucilla… Ehi guarda questa Leo: Fiorella Fiocchi , che carina!..»
Leo sbircia rapido la foto di una ragazzina : maglietta di Barbie, apparecchio ai denti.
«Bhè di sicuro non è quella, Mouse. Continuiamo dai!»
Ma Gedeone è partito per la tangente: « Ma guardala Leo: qui è al mare…fa i castelli di sabbia» dice coi cuoricini nella voce « Oh e qui è al parco col cagnolino..ma guarda Leo: il sosia di Tappo!»
Leo abbassa lo sguardo svogliatamente ma subito apre la bocca che resta per un’attimo spalancata come il cancello della scuola alle 8.
« Gedeone!! E’ Lei!! L’abbiamo trovata! L’abbiamo trovata!!» indica una foto sull’angolino dello schermo.
C’è la ragazzina seduta sotto l’albero di Natale insieme a un ragazzotto truce e, seduta a terra come una yogini, una bella signora coi capelli bianchi tagliati a caschetto. Indossa Jeans e maglione : tutto, rigorosamente, color lavanda.
“Io con mio fratello  e mia zia Adele”

Vien fuori che Fiocchi Fiorella vive a una quarantina di km da lì ( «Nel capoluogo!» sospira Gedeone come stesse nominando Parigi!) Ama la cioccolata , la pallavolo, il cane Briciola e… la zia Adele!
«Potremmo scriverle soltanto: “ci interessa tua zia” » propone pratico ma surreale Gedeone.
«Bhè sarebbe un po’ stranuccio non credi?» dubita Leo.
Alla fine decidono di dormirci su.

***

“Ciao. Noi non ci conosciamo ma viviamo nel borgo dove tua zia aveva un negozio di fiori. Coi compagni di scuola stiamo organizzando una rimpatriata di storici negozianti del paese. Sarebbe un piacere se partecipasse anche tua zia, la Regina dei Fiori in persona.”

***

Da qualche giorno Venanzio trova che il ragazzo sia strano, sfuggente. Con un po’ di dispiacere si è detto che: Certo! E’ normale. Avrà voglia di giocare a pallone con gli altri ragazzi, altro che un vecchietto scricchiolante come me!
Già si prepara a mettere una pietra sopra quella strana amicizia ma sente fin d’ora una pena sul cuore : sa quanto vuoto lascerà quello scricciolo impudente..
Ma ecco che un torrido giovedì di settembre Leo torna ad essere il vecchio saltafossi di sempre. Si agita e dimena manco avesse una rana nelle tasche.
«Ma cos’hai Brighella?» ridacchia Venanzio « Oggi friggi come un quarto di pollo!»
Leo lo sbircia di sguincio..
«Bhè Venanzio, ecco…una novità ci sarebbe..» Venanzio trema: le novità di ‘sto ragazzino promettono sempre faticacce e sorprese.
«Niente scarpinate giuro! -allarga i palmi Leo innocente- Avrei solo pensato che magari potremmo…fare un pic-nic. Domenica pomeriggio. Io e te.»
Ecco. L’ha sparata.

***

Il sasso è caduto nello stagno.
La radura tace bruscamente e Leo sente una specie di inquietudine serpeggiargli alle base del collo.
«Avrei fatto meglio a badare ai fatti miei» si pente per un attimo.
Ma poi si scuote: Venanzio è un amico, lo vuole contento!
Si alza pulendosi le mani sui pantaloni
« Sarà meglio andare a dormire..» dice alle rane, alle cicale, alla luna.
«Domani è il gran giorno..»

***

Adele è rigida, circospetta.
Venanzio è furioso con Leo e goffo con lei.
«Io non c’entro con quest’idea bislacca…» comincia, ma lei lo zittisce alzando il dito indice come una bacchetta magica.
Si siedono uno di fronte all’altra sulla coperta scozzese e per un attimo eterno potrebbero anche sentire le formiche passeggiare…
«Non mi aspettavo proprio di trovare te…- rompe il silenzio Adele- ….Anzi, a dire il vero, non mi aspettavo proprio niente di tutto questo…Comunque… è passato molto tempo…»
« Molto, sì. sei anni, cinque mesi e dodici giorni…» sospira Venanzio.
Adele increspa gli angoli delle labbra « Hai tenuto il conto? Perchè? »
Lui si ingarbuglia «Non so…così… – perde terreno – Comunque sei molto bella… come sempre, Batuffola…» recupera.
«Già…mi chiamavi così – sbianca lei in viso – Quelle rare volte che cedevi alle smancerie
– le definivi così, ricordi? – Le potrei contare sulle dita di una mano…» e allarga le dita come a mettersi a far di conto.
Venanzio è così afflitto che Leo vorrebbe prendere questa signora, cacciarla nell’ auto e rispedirla indietro di una settimana.
«Avrei dovuto farlo più spesso…- sospira fra i denti Venanzio – Avresti dovuto dirmi che ti faceva piacere quando lo facevo…»
Adele lo guarda con occhi di brace.
Leo però giurerebbe di aver visto una scintilla di soddisfazione attraversare quello sguardo.
«Sono della vecchia scuola: una Dama non dice certe cose…una Dama aspetta che sia il cavaliere a pronunciarsi, e se lui non lo fa…»
«..la Dama allora chiude i battenti e va a vivere a Timbuctù senza dare più notizie di sé!» sbotta Venanzio furibondo.
« Esatto!! – lei è è un uragano ora – Dopo diciassette anni di attesa di una parola – di “quella” parola – mi son sentita offrire… un furgone!!- Strilla Adele e con le mani schiaffeggia l’aria davanti a sé.
« Hai avuto l’impudenza di farmi credere che ti saresti dichiarato e poi mi hai offerto un furgone!.
Ma cosa ti dice il cervello razza di somaro???»
Non è consapevole di avere alzato la voce né di aver gli occhi bordati di lacrime.
«..e comunque non ero a Timbuctù …» aggiunge illogica, povera Adele.
Leo guarda Venanzio, quasi a supplicarlo di dargli una mano a sollevare la signora da quella disperazione.
Ma il Venanzio che vede lo lascia disarmato.
Ha lo sguardo franato a valle, sull’erba del prato, ed è uno sguardo assente, tornato indietro di sei anni, cinque mesi e dodici giorni…
« Potresti lasciarci soli un minuto Leo, per favore?…» gli chiede.
E Leo si allontana, riluttante, soffiandosi via la frangia dagli occhi.

***

Certamente hanno urlato.
Certamente hanno recriminato.
Lui accusatore e accusato.
Lei ugualmente vittima e boia.
Pare sia così la trama dell’amore.
Non c’è un’età per sentirsi ragazzini timidi e impacciati a srotolare i propri sentimenti come tappeti orientali…
« Certo che ti amavo, accidenti! » Venanzio esclama, senza l’eterno filtro della reticenza.
« Certo che aspettavo una tua mossa….» sussurra Adele come una bimba davanti alla grata del confessionale.
« Siamo stati sciocchi a credere che la vita ci avrebbe assecondato fino a condurci l’uno verso l’altra… »
La vita non è simpatica. Non appaga i desideri degli esseri umani solo per premiarne la presenza sulla Terra. Ogni desiderio va pagato : è un conto sempre in sospeso e imparare questa lezione richiede anni di porte in faccia e di sogni murati nei cassetti…
Ora entrambi lo sanno.
Eppure finalmente adesso appare chiaro che basta aprire le braccia e gettare il cuore oltre l’ostacolo per creare la magia.
Quella magia che muta un oggi immobile in un domani in viaggio. Basta tenersi per mano e saltare il fosso.

Questo dissero le bocche e gli occhi di Venanzio e Adele. E se non usarono proprio queste parole, certamente queste furono quelle che giunsero ai loro cuori tornati adolescenti.
Perché questo fa l’Amore : rende ragazzi anche i vecchietti e fa donare fasci di rose, e sgorgare risate, e sbocciare progetti seri o strampalati che siano.
E la cosa più bella è che tutto accade in una frazione di secondo.
E’ un attimo vedere negli occhi degli amanti la loro casa col bell’albero di cachi svettante contro la facciata imbiancata. E un orto. E un roseto. E una veranda col dondolo. E un cane che scodinzola in giardino.
Questo disegnarono gli occhi degli amanti « … e sarà così! » scolpisce Venanzio nella pietra della promessa.

**

«Ho bisogno di ringraziarti Leo. Ho bisogno di dirti quanto ti sia grato per questa estate straordinaria….
Tu mi hai restituito il sapore della vita, hai acceso il fuoco in una brace che credevo ormai spenta…
Tu hai fatto per me molto più di quanto io non abbia mai fatto per me stesso : mi hai restituito una speranza.. » sorride rivolto ad Adele, in piedi al suo fianco, commossa.
«Ma, soprattutto, ragazzo, tu mi hai fatto il regalo più grande che un uomo possa chiedere alla vita: tu mi sei stato Amico…» piange il vecchio e sorride fra le lacrime.
Si siede su un sasso davanti a Leo.
Gli posa i palmi caldi sulle ginocchia e il suo sguardo cerca quello leale del ragazzo.
«Non potrò mai ripagarti per questo, Leo… Tuttavia c’è una cosa che vorrei tanto fare, una cosa che – credo – potrebbe farti piacere…»
Leo resta muto, in attesa.
«So quanto ti manchi tuo nonno, Leo.. Manca tanto così anche a me – la voce gli trema, come la fiammella di una candela – E’ stato il mio migliore amico per tutta la vita…. Anche quando le circostanze dell’esistenza ci hanno allontanato, sapevamo in cuor nostro di essere uniti, legati per sempre dal filo rosso dell’amicizia.
Fu in quel periodo che nascesti tu, e mentre io mi accartocciavo nella solitudine e nella incapacità di arginare l’indifferenza gelida dei miei indegni eredi, lui si dedicò al mestiere più appagante del mondo: essere il nonno di un ragazzino curioso e col cuore grande quanto il Duomo di Milano!…»
Si alza ora Venanzio, perché certe cose si dicono in piedi ..
« Ecco.. allora.. adesso io vorrei farti una bizzarra proposta…
Sarei onorato di farti da Nonno, Leo. Ce la metterò tutta per esserne degno…»
Il vecchio è fermo, sereno e ciò gli spiana le rughe restituendo il ragazzo di mille estati infuocate…
« Avrai una stanza tutta per te: potrai venire ogni volta che vorrai – anche Adele annuisce.
« E ce ne andremo a pescare.. : cavedani a secchiate Leo! – ride – Cosa ne pensi..? »

Si abbracciano stretti e nel bagliore sconcertante di settembre i loro profili son quelli di due giovanotti: l’uno cresciuto d’un palmo, affacciato entusiasta sulla sua adolescenza, l’altro lieto e imponente, trasportato nella sua gioventù, quando, con l’amico al suo fianco, bruciava le estati come cerini.
« E avrai un fiume di budino di latte tutto per te : Vecchio Salame!!» ridacchia Venanzio stringendo l’amico e Leo, senza neanche accorgersene, solleva il braccio sulla sua spalla e molla giù pacche come sberloni.

LEO

L’estate è finita.
Domani ricomincia la scuola.
La mamma lo ha spedito dal barbiere ad accorciare i capelli e uno zaino nuovo di pacca è appoggiato ai piedi del letto.
Ricomincia la solita vita.
Solita scuola.
Soliti compagni.
Soliti scherzi e facezie.
Ma da quest’anno qualcosa sarà diverso.
Da quest’anno Bachini dovrà smettere di sbattere le mani l’una contro l’altra. Dovrà trovarsi un altro passatempo in cui lui non sia contemplato…

***

Perché c’è qualcosa che finora Leo non ha svelato né a noi lettori né praticamente a nessun altro.
E’ il suo segreto.. Oddio, è il segreto peggio custodito al mondo dal momento che al paese tutti ne sono al corrente e -onestamente- non ne sono né interessati né sconvolti … Leo di questo non ne è sicuro e comunque sa per certo che senz’altro ne è interessato quel bifolco di Bachini ( tozzo, ciuffo scolpito, scarponcini da fanatico) che ad ogni suo successo scolastico non rinuncia mai a battere i palmi l’uno contro l’altro, dal suo banco in prima fila e , facendo il verso della foca, ridacchiare :
« Bravo Leo, prendi al volo l’acciughina!! »
Leo alza gli angoli della bocca e tace, lasciando sempre “lo spiritosone” nel dubbio di aver detto una fesseria…

***

Il suo cognome è Di Mare. E se non fosse bastato un cognome abbastanza solenne i suoi genitori – sicuramente in un momento di follia, pensava Leo – lo avevano battezzato Leone.
Leone Di Mare.

« Ma che c’è di male? – esclamava soave sua madre ognuna delle tre milioni di volte in cui lui le aveva chiesto ” Perché?”
« E’ un nome così poetico… gentile… E’ un richiamo alla Natura, un omaggio ad una creatura nobile, coraggiosa e diciamocelo Leo, tanto, tanto carina! »
Ebbra di felicità per il meraviglioso miracolo di avere Dato La Vita, sua mamma aveva creduto che uno tsunami di amore avesse travolto l’intero mondo creato.
Le era parso che, improvvisamente, tutti gli unicorni potessero finalmente uscire dalle fiabe e le fate risvegliarsi spandendo bacchettate di luce persino negli angoli più bui e che i coniglietti potessero davvero cantare come in Biancaneve.
E lo aveva chiamato Leone.

« Non so che dirti Leo… Per me avrebbe potuto anche chiamarti Triangolo quel giorno… – sorride –
Era talmente bella e mi aveva fatto talmente felice che l’avrei assecondata in tutto!…in tutto…»
E questo è quanto dice suo padre chiudendo l’ argomento, con un buffetto sul naso e pescando l’accendino nella tasca dei pantaloni.

***

Leo si guarda allo specchio. Controlla come il barbiere abbia ridotto la sua bella zazzera nera in un taglio ordinato. « Lappato. » pensa offeso.
Un demonietto perverso però gli comincia a danzare negli occhi. Le mani frullano come le ali di un passero e il bel taglio ordinato piroetta per aria.
Ora sì che si riconosce: ricci che svolazzano Hurrà! « Un aureola. » pensa divertito.
Ma poi si immobilizza… l’immagine di sé nello specchio gli ha acceso una scintilla…
Sa cosa farà per suggellare quell’estate tanto straordinaria.
E’ arrivato il momento. In qualche modo lo ha aspettato per tutta l’estate ed ora è qui…
Da oggi sarà Leone.
E non quello delle timide otarie gentili di sua madre ma quello che ruggisce nel cuore della foresta.
Scansati Bachini! Sta arrivando un Re.

 

Autrice: Luisa Marchisone:  Ama scrivere e colorare di immagini le sue storie.  

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