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Processo al Simposio

Autore: Vittorio Tatti

 

Apollodoro racconta a Glaucone di una cena, offerta dal poeta Agatone, avvenuta anni prima; a narrarla ad Apollodoro è stato Aristodemo, discepolo di Socrate. Alla cena hanno partecipato, oltre ad Agatone e all’amante Pausania, anche l’amico Fedro, Socrate con il discepolo Aristodemo, Aristofane ed Erissimaco; poco prima della conclusione del banchetto, si aggiunge anche Alcibiade. Il tema principale è stato il dio Amore, sul quale ognuno dei presenti ha fornito la propria personale visione.
Quello che farò, o almeno proverò a fare, sarà riepilogare le differenti elucubrazioni su Amore emerse durante la cena. Prima di tutto, però, credo sia necessaria una premessa: l’opera fu scritta da Platone, filosofo greco noto per considerare l’amore carnale solo il punto di partenza e temporaneo – per assurgere a quello vero e proprio – dell’anima che si dedica alla conoscenza assoluta; la definizione di amore platonico deriva proprio da questo concetto. Essendo l’ambientazione l’Antica Grecia, omosessualità e pederastia erano preferenze sessuali del tutto normali, quindi verranno menzionate spesso.
Il primo a prendere la parola è Fedro, il quale sostiene che Amore è, in sintesi, colui che spinge alla competizione amato e amante: chi ama dimostrando nobiltà d’animo e coraggio viene ricompensato dagli dei, come succede ad Alcesti (sposa di Admeto, per il quale sacrifica la propria vita) oppure ad Achille (morto per vendicare Patroclo), ma non al vile Orfeo (anziché morire anche lui e raggiungere Euridice, chiede che sia lei a tornare in vita, ma la perde per sempre). Ritengo Amore disinteressato non il più bello – in quanto assolutamente non gratificante – ma senza dubbio quello che dimostra essere il più intenso, proprio perché non richiede di essere ricambiato. In vita può condurre a una disperazione più terribile della morte stessa, può portare la mente alla pazzia e il cuore allo spegnimento totale: lo promuovo assolutamente con lode.
Il secondo a parlare è Pausania, che suddivide in due Amore: quello Volgare e quello Celeste. Il primo è quello che ricerca la pura soddisfazione sessuale, quindi si rivolge verso le donne – ritenute destinatarie poco meritevoli di tali attenzioni – o i giovani fanciulli ancora senza barba e ingenui. Il secondo, principalmente virtuoso, fa dell’uomo l’oggetto del proprio desiderio, dando quindi lustro all’omosessualità, seguendo però determinate regole sulla riservatezza di tale rapporto. Non condivido per nulla questa visione di Amore, quindi lo boccio senza possibilità di appello.
A Erissimaco, a causa del singhiozzo di Aristofane, tocca il terzo turno. Egli si trova d’accordo con la visione che Pausania esprime di Amore, ma bene specifica il bisogno di trovare equilibrio e armonia tra i due tipi, quello Volgare equello Celeste. Bene per lui, ma non per me: solo per il fatto di citare la parola equilibrio (non so perché, ma mi provoca l’orticaria…), non lo prendo nemmeno in considerazione.
Parla finalmente Aristofane, che introduce un terzo sesso: oltre al maschile e al femminile, quello androgino. La doppia natura degli androgini è malvista da Zeus, il quale teme che un giorno possano ribellarsi agli dei; non potendo ucciderli, in quanto sono gli unici a venerare le divinità, decide di tagliarli in due. Amore è, quindi, il desiderio di ricongiungersi alla propria parte mancante. Pensateci, quando andate alla ricerca della vostra dolce metà. Non condivido la presenza di questo terzo sesso: avrei visto meglio solo maschio e femmina, i quali sarebbero andati alla ricerca della metà mancante non per tornare alle origini, ma unicamente per ricercare qualcosa che non hanno mai avuto. Appena sufficiente.
Dubito che Agatone avrebbe scelto di prendere la parola per quinto, se avesse saputo che, subito dopo, Socrate l’avrebbe incalzato; non anticipo nulla, però. Per lui Amore è bellezza, sapienza, felicità, potere: è così perché ha già quello che desidera possedere; per Amore, compone addirittura dei versi. Un po’ vacua questa definizione, troppo fine a se stessa e autocelebrativa, quindi non la ritengo giudicabile.
L’ultimo turno è di Socrate, che provoca Agatone e lo mette in imbarazzo; sinceramente, visto il suo modo di intendere Amore, l’avrei sfottuto pure io… Socrate rivolge alcune domande ad Agatone, e riceve a tutte conferma. «Amore è bellezza, ricchezza, potere e bene?». «Sì». «Amore è speranza che queste virtù siano presenti anche in futuro?» «Sì». «Quindi Amore è desiderio di qualcosa che manca?». «Sì». «Allora Amore non è bellezza, dal momento che manca, ma bruttezza». «…». «E se non è bellezza allora non è nemmeno bene, quindi Amore è bruttezza e male». Al termine della discussione, Socrate racconta di aver parlato tempo prima con Diotima, una sacerdotessa di Mantinea. In quel caso, è stata la donna ad aver messo in difficoltà Socrate. «Amore è bruttezza e male?». «Sì». «Amore è un dio?». «Sì». «Non può esistere un dio brutto e cattivo». «Allora cos’è Amore?». «Amore non è un dio e nemmeno un uomo: è un demone, la via di mezzo tra vizi e virtù, sia bene che male. Amore è la ricerca dell’immortalità tramite la discendenza – quindi esclusivamente dall’unione tra uomo e donna – ma anche una compatibilità mentale che esula dal rapporto per riproduzione (quindi presumo si riferisca a quello omosessuale ndVittorio)». Difficile avere un’opinione obiettiva su quanto appena appreso. Sono stati due discorsi sicuramente molto stimolanti (li ho letti e riletti subito una decina di volte, per comprenderli e memorizzarli il più possibile) ma, a conti fatti, Amore come ne esce? Amore è bene e male. Sono assolutamente d’accordo, almeno su questa osservazione: se lo vediamo come l’esistenza dei due estremi, e non come un equilibrio naturale tra i due, allora elogio senza esitazione questo concetto.
A sorpresa, si unisce al gruppo anche Alcibiade ubriaco, che tesse le lodi di Socrate, lo adula e racconta dell’amore nato tra i due. Non commento, per decenza.
Siamo arrivati alla fine di questa cena virtuale, dal mio punto di vista molto piacevole, almeno sotto alcuni aspetti. Come credo si sia intuito, il tipo di Amore per il quale provo ammirazione è quello espresso da Fedro: passionale, travolgente, esplosivo, consumante, immortale, qualcosa che porta alla lacrima perenne nel tentativo di raggiungere il sorriso eterno. Non posso assolutamente non tenere conto del contesto storico, di conseguenza non toglierò punti solo per la presenza di apprezzamenti omosessuali; per rimanere obiettivo al massimo, però, non farò nemmeno finta che non mi abbiano urtato (per finire di leggere la parte di Alcibiade, per esempio, sono stato costretto a fare numerose pause). Concedetemi, nel mio essere eterosessuale, di poter venerare unicamente corpo e mente femminili; poi, se qualcuno/a ha altre preferenze, a me non cambia nulla. Poniamoci, invece, una domanda: a circa duemilaquattrocento anni di distanza dalla nascita del Simposio, quanto ci siamo evoluti? Credo sia normale ritenere i nostri antichi avi – includendo anche altre civiltà – creduloni superstiziosi o peggio, ma non per questo erano più stupidi di noi (anzi, avevano cognizioni scientifiche e matematiche che umani moderni neanche osano sognare…). Se può sembrare sciocco credere che Zeus abbia tagliato in due gli androgini o che Orfeo sia stato davvero nell’Ade, riflettiamo un attimo su una cosa: noi crediamo di essere amati e desiderati solo perché riceviamo un like su Facebook. Chi sono i veri stupidi?

Autore: Vittorio Tatti scrive da circa sei anni, cioè da quando, deluso per la mancata apocalisse del 2012, decise di isolarsi in un mondo immaginario. 

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