I vostri racconti, Tutti

Il segreto di Patrizia

Autore: Andrea Bignone

Jean prese la mano di lei e la pose sul suo viso. Sorrise a quel calore sulla pelle, la sentiva viva. Fissava Patrizia come fosse la prima volta, o forse, per ricordarla tutta una vita. Trattenendo il respiro, guardava e riguardava ogni piccolo particolare e ne scopriva di nuovi. Tracciava nuove mappe con la mente, le disegnava con gli occhi battendo sentieri mai percorsi prima. In quel preciso momento non era seduto vicino a lei, ne era parte.
Cercò di avvicinarsi alle sue labbra, ma la mano di Patrizia si frappose ai loro respiri.
Lei sorrise, dolcemente.
«Jean, devo dirti una cosa».
«Dimmi, tesoro».
«Ho un altro uomo. Lo amo, ma amo anche te… lo so che sembra assurdo, ma è così».
Non comprese quanto tempo durò il silenzio che seguì a quella semplice frase; forse un soffio, un secolo, un’era geologica.
Quando tornò con la mente, lì, in quella stanza, lei non c’era più, pur essendo presente fisicamente davanti a lui. Le mani divennero pesanti e scivolarono sulle gambe senza più la forza di reagire. Un miglio separava i loro sguardi. Tutto si stava sgretolando in pochi secondi, giusto il tempo necessario a pronunciare poche parole.
Patrizia si era alzata dal letto, fumava una sigaretta alla finestra. La luce del lampione della strada la rendeva magnifica in quel controluce.
Jean non sapeva cosa fare, che dire; avrebbe voluto svegliarsi dall’incubo e cancellare, come su un computer, quell’ultima azione riprendendo la vita di sempre.
«Chi è…»
Lo so, non è la migliore frase che avrebbe potuto dire, ma cercava solo una persona contro cui indirizzare tutta la rabbia allontanando da Patrizia quel disgusto e dolore che ora provava per lei.
Patrizia non rispose subito. Tirò una lunga boccata alla sigaretta e la spense sul davanzale.
«Si chiama Guido e non lo conosci».
Camminò tagliando in diagonale la stanza buia. Accese la luce del bagno e vomitò.
L’uomo si alzò, fece per raggiungerla, ma non ci riuscì. I pensieri, affollandosi nella mente, facevano a pugni senza un ordine. I suoi passi nervosi cominciarono a misurare la stanza, su e giù, senza darsi pace. Non capiva come fosse potuto accadere. Non si era accorto di nulla. Mai.
Dalla finestra giungeva il rumore meccanico del camion della spazzatura. L’accompagnava un suono metallico, intermittente, sembrava il lamento delle iene intente a straziargli il corpo e la mente.
La donna uscì dal bagno e si sedette accanto a lui sul bordo del letto.
Gli strinse la mano. Non rispose a quella delicatezza.
«Mi spiace tanto. Dovevo dirtelo, levarmi questo peso dal cuore».
«E te ne sei liberata caricandolo sul mio?».
Patrizia non rispose a quelle parole continuando a guardare dritta innanzi a sé.
«Come puoi dire che mi ami! Sei stata con un altro… ti ha toccato, ti ha…»
«Solo quello ti interessa? Cazzo! Solo al sesso sapete pensare voi uomini… io sto parlando di sentimenti, di quello che posso fare per non morire schiacciata da questa situazione!»
Jean non resse oltre. Si rivestì velocemente, prese le chiavi dell’auto sul tavolino e senza voltarsi, vigliaccamente, uscì sbattendo la porta.
Era ubriaco di pensieri; così sopraffatto dagli eventi di quella sera da non accorgersi di aver camminato oltre la sua auto per un centinaio di metri giù per la discesa che portava al mare.
Si fermò, uomo senza meta, sperando di capire, in quello stordimento, dove stava andando. Fece per voltarsi e ritornare indietro, ma non riuscì a farlo. Una violenta esplosione arrossò il cielo. Un vento caldo lo sbatté per terra assieme ai detriti trasportati da quell’aria di morte.
«Mio Dio!— disse fra sé e sé — che è successo!»
Guardò verso il luogo dell’esplosione e si accorse che era la sua casa ad essere volata in cielo con parte del condominio.
«Patrizia!»
Si rialzò con rinato vigore e si mise a correre veloce verso le fiamme. Troppo tardi, tutto era perduto.
Muto, senza una espressione, rimase attonito davanti al suo appartamento che bruciava rischiarando la notte. Ogni cosa del suo passato era cancellata per sempre. Si ritrovò a piangere, col nome di lei sulle labbra. In lontananza, le prime sirene cominciarono a farsi sentire, ma non riusciva a collegarle a quello che gli era accaduto. Le gambe non sostennero più il suo peso e il suo corpo si afflosciò a terra schiacciato dalla disperazione.

Mezz’ora dopo, la parabola dell’acqua di un idrante segnava la notte senza riuscire a raffreddare l’angoscia di Jean. Le tv locali si erano precipitate sul posto e un’unica volante della polizia, a stento, conteneva giornalisti e curiosi.
L’uomo era rimasto seduto su un muretto, immobile, in silenzio. Un medico gli aveva chiesto come stava e diligente alla sua missione, gli stava disinfettando le ferite. Non lo aveva degnato di uno sguardo.
«Buona sera, sono il commissario Filippi».
Jean non degnò di attenzioni neppure il poliziotto.
«Non è sera, è notte e non è certo una buona serata».
Disse sarcasticamente.
«Si, è vero, ha ragione, le chiedo scusa. Da quanto mi dicono i vicini è il suo l’appartamento che…»
«Era mio… e di mia moglie».
«E dove si trova sua moglie? Posso farle alcune domande in attesa del Magistrato?»
Mentre il poliziotto continuava nella consuetudine del suo mestiere nella ricerca di risposte senza averle, ricevendo in cambio solo qualche grugnito, lo sguardo di Jean non riusciva ad alzarsi oltre pochi metri da terra per il terrore di guardare verso quella che, sino a pochi attimi prima, era stata la sua abitazione. Davanti al piccolo condominio, il prato malato delle aiuole luccicava dell’acqua vaporizzata gettata dai pompieri. In controluce qualche cosa attirò la sua attenzione. Appena il poliziotto fu distratto da un suo collega si alzò ed inclinando un poco la testa, per non perdere quel luccichio anomalo, guardò fra la spazzatura e l’erba e vide un accendino. Era quello di Patrizia, non c’erano dubbi. Lo conosceva bene perché le aveva fatto incidere sul fianco una testa di drago. Fece un sobbalzo, stupito. La speranza riprese forza nel suo animo, tanto da farlo tornare cinicamente lucido. Lo raccolse. Guardò verso la finestra del suo appartamento che si trovava sul lato corto dell’edificio. Non poteva essere finito lì dall’esplosione; quello striminzito spazio verde si trovava sotto la tettoia che conduceva al portone di ingresso, troppo lontano dal luogo del ritrovamento. Voleva sperare e credere fosse caduto dalla mano incerta di Patrizia uscita di casa poco prima dell’esplosione, subito dopo di lui, magari per fermarlo. Si voltò di scatto cercando e scrutando, fra la piccola folla di curiosi fermi davanti al condominio, il suo volto. Non la vide, ma una donna, l’unica con gli occhiali scuri in piena notte, lo stava fissando insistentemente, come se volesse parlargli. Le assomigliava troppo, o forse per nulla, ma nonostante questo, Jean attraversò turbato la strada sino al marciapiede di fronte. Troppo tardi. Quella donna misteriosa era sparita. Si guardò ancora attorno alla ricerca di un’ombra lontana, ma nulla.
Accanto al marciapiede una fila di auto era stata in parte colpita dai detriti della detonazione. Sulla prima auto accanto a lui, una busta gialla era stata lasciata sul parabrezza, troppo perfetta per essere lì da prima dell’esplosione. Era certo: doveva essere stata quella donna a metterla lì. Raccolse quella busta e si allontanò senza fretta alla ricerca di un po’ di luce sotto il primo lampione acceso. Nessuno si accorse dei suoi movimenti.
L’aprì nervosamente. Dentro, scritta a pennarello su un foglio di quaderno, una sola frase.
“Segui il tuo cuore”.
Distolse la lettera dal suo sguardo sbottando per quella situazione assurda in cui si stava trovando.
«Cosa cavolo vuole dire: segui il tuo cuore!»
La testa gli scoppiava. Si accovacciò dietro un’auto ed abbassò lo sguardo mettendosi la testa fra le mani, pieno di rabbia e disperazione. Proprio sotto i suoi occhi, disegnati per terra, vide una fila di piccoli cuori rossi. Senza indugio e senza farsi troppe domande sul perché fossero stati disegnati si alzò. Con passo veloce, come una guida indiana, seguì quell’eterea traccia sul terreno. Il cuore gli batteva forte nel petto. Si rendeva conto della sua lucida follia, ma voleva credere, anche in questo caso, fosse stata proprio la sua Patrizia a lasciarli sul selciato per lui. Percorse almeno duecento metri quando improvvisamente i disegni si interruppero. Smarrito scrutò la notte. Nel cielo enormi nuvole viola incombevano. A poca distanza, un cancello aperto. Sul fondo del terreno la porta semiaperta di un capannone lasciava sfuggire una luce sottile. Non era il tempo e il momento per indugiare. Con agitazione e paura si diresse verso quell’edificio industriale. Entrò aprendo ancor di più la porta metallica arrugginita e cigolante. L’ambiente che trovò era buio e sporco. L’alto tetto del capannone faceva rimbombare i suoi passi. Sul lato opposto, a quasi trenta metri da lui, una porta aperta faceva intravvedere delle scale illuminate da una flebile luce. Raggiunse in fretta quelle scale e le percorse sino a trovarsi davanti ad un’altra porta, questa volta chiusa. Rimase pietrificato per alcuni istanti, indeciso se continuare o scappare via. Aveva paura di trovarsi, dall’altro lato, solamente qualche barbone addormentato e non la sua Patrizia. Fece un respiro. Abbassò la maniglia ed entrò. L’ambiente era piccolo, semi vuoto, con una scrivania al centro ed uno scaffale sfondato con a terra dei documenti rovesciati, segno del lungo abbandono. Una vetrata faceva entrare delle sottili lame di luce giallognola dalla strada. In quella penombra, individuò una sagoma umana.
«Finalmente sei arrivato».
«Patrizia!»
«Certo caro, sono io».
«Sei viva, lo sapevo! Cosa è successo… mio Dio!»
Si diresse verso di lei per abbracciarla. Due robuste mani lo bloccarono gettandolo di peso su una sedia.
«Hey! Hey! Stai calmo».
Disse un’altra voce, questa volta maschile.
«Che succede, spiegami, ti prego!»
L’uomo nell’ombra frugò nelle tasche di Jean sino a quando non trovò le chiavi dell’auto, gettandole a Patrizia.
«Il piano era perfetto, tutto calcolato, tranne la tua sbadataggine».
Jean capiva sempre meno e si sentiva intrappolato dalla persona che amava alla follia e non riusciva ad odiare.
«Sempre con la testa fra le nuvole il mio amorino! Così hai preso le chiavi sbagliate, le mie. L’esplosione era sufficiente a farti incolpare della mia morte. Avresti fatto qualche anno di carcere, ma poi ti saresti rifatto una vita. Invece, hai rovinato tutto, ancora una volta!»
«Patrizia! Che c’entrano le chiavi!!»
Con un martello Patrizia ruppe la chiave e vi estrasse un microchip.
«Vedi questo piccolo quadratino di silicio e circuiti stampati? Qui dentro c’è la mia fortuna ed ora anche la tua rovina. Con il tuo errore hai rischiato di mandare tutto in fumo!»
Con ironia si accese una sigaretta e con calma glaciale si diresse verso di lui.
«Ora non possiamo lasciarti vivo, lo capisci vero?»
Lo baciò, gli sorrise teneramente e si allontanò senza voltarsi dalla stanza. Nel silenzio di quel luogo, riecheggiò solo il rumore del cane della pistola che si alzava.
«Buon viaggio Jean!»

Bang! Bang! Bang!

Un rumoroso e sofferto respiro, come dopo una lunga apnea, svegliò di soprassalto Jean facendolo a stento rimanere sul letto.
«Amore, che c’è… hai fatto un brutto sogno? La colazione è pronta».
«Sì… forse ho sognato… non so».
Si toccò le braccia, controllando se fosse realmente in vita.
Attorno a sé la sua casa, la luce del mattino, la colazione sul letto. Tutto era perfetto, in ordine, ogni cosa era parte della vita di sempre.
«Che incubo! era tutto un sogno allora… così reale…Dio mio…».
Sorrise, rassicurando sé stesso per lo scampato pericolo.
«Ah Jean! — disse Patrizia interrompendo i suoi pensieri — Devo dirti una cosa».
«Dimmi tesoro».

Note biografiche

Andrea Bignone
Grafico – Paper Engineering – Model Design – Plastici architettonici ed archeologici – Specializzazione in giochi scientifici – Allestimenti Mostre
Nato a Genova nel 1965, dopo gli studi in Architettura ha iniziato la sua attività nella produzione di plastici architettonici ed archeologici. Si è sempre occupato di grafica. Oggi realizza anche pop-up e progetta libri per bambini. Da Febbraio 2015 a Giugno 2017 è stato Presidente della sezione genovese di Italia Nostra

 

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